ECCELLENZA REV.MA MONS. FRANCESCO BESCHI
Giovedì Santo – Messa Crismale

Cattedrale
14-04-2022

Care sorelle e fratelli,
cari Vescovi, sacerdoti, religiosi, diaconi, desidero aprire questo momento che fa risuonare la parola del Signore, che dei saluti, degli auguri, dei ringraziamenti.

Innanzitutto dobbiamo ringraziare il Signore non solo per questo momento di fede del tutto pasquale, ma perché ci dona nuovi sacerdoti. Questa celebrazione è profondamente connotata dal ringraziamento per il dono del sacerdozio che abbiamo ricevuto, ma vogliamo dire grazie al Signore perché fa dono ancora di giovani che si consacrano a lui e che lui consacra alla sua missione.

Siamo tutti preoccupati, a volte turbati, dai numeri, ma questo non deve assolutamente privare né noi né il Signore del nostro grazie per il dono di coloro che accolgono la chiamata. Mentre ci auguriamo che coloro che sono chiamati dal Signore gli rispondano sulla via del sacerdozio, gli rendiamo grazie per questo dono. Sono i diaconi che stanno celebrando con noi, insieme ai diaconi permanenti.

Voglio farmi voce di tutta la diocesi per questo dono e per il dono del Seminario. Non credo che debba essere solo nel cuore del Vescovo e nel cuore della diocesi, ma nel cuore di tutti e di ciascuno dei sacerdoti. Io benedico il Signore e lo farò fino alla fine per il dono del nostro Seminario.

Ricordiamo con affetto tutti i malati, gli anziani, particolarmente quelli che sono impediti e avrebbero tanto desiderato essere qui con noi.

Ricordiamo anche coloro che non vivono la malattia come infermità, ma la vivono dentro, nel cuore. Penso che tutti noi abbiamo la possibilità di conoscere qualcuno, oltre a volte di essere conosciuti nella nostra sofferenza. In una circostanza come questa vogliamo abbracciare tutti e portarli al Signore.

Ci rallegriamo per i sacerdoti che celebrano degli anniversari tradizionalmente particolari, che sono stati ricordati dal Vicario Generale. Certamente i più anziani sono un segno della benedizione di Dio tra noi. Permettete di ricordarli per nome: don Mario Ravasio, don Battista Manzoni, don Tobia Locatelli, don Piero Maconi, don Carlo Negrotti, don Lino Zanni e anche il Vescovo Serafino e da lontano ancora il Vescovo Raffaello.

Per i legami di amicizia e di affetto ricordiamo i nostri sacerdoti al servizio della Chiesa universale e della Chiesa italiana o di altre diocesi, delle missioni italiane all’estero o fidei donum in Bolivia, dove andrò per celebrare il 60mo anniversario di questa presenza, a Cuba e in Costa d’Avorio.

Non dimentichiamo coloro che non esercitano più il sacerdozio ministeriale ma sono nostri fratelli nel battesimo e nell’ordinazione sacerdotale.

Infine ricorderemo tutti i confratelli defunti, particolarmente quelli che sono morti durante questo anno.

Insieme a questi saluti, ringraziamenti, benedizioni, desidero consegnarvi un ringraziamento speciale per l’esperienza del pellegrinaggio che sto condividendo con voi.

Grazie a tutte le comunità e le parrocchie. Un grazie particolare ai sacerdoti che mi hanno accolto. È stato veramente un momento per me di intensa fraternità, di meraviglia, di ringraziamento al Signore per la testimonianza che ho raccolto da loro.

Grazie a tutti voi per la sensibilità e l’accoglienza offerta alle famiglie, alle donne, ai bambini, agli uomini provenienti dall’Ucraina. Credo che la nostra diocesi e in modo particolare le nostre parrocchie abbiano ancora una volta dato testimonianza di generosità corale che si è manifestata in tanti modi diversi e che continua a manifestarsi.

Grazie anche perché in tanti avete aderito all’invito del Santo Padre che ci porterà a Roma tra qualche giorno. Veramente è stata una sorpresa per tutti il numero delle adesioni, sia a livello italiano ma anche a livello diocesano. Siccome tutti siamo consapevoli della fatica, della sofferenza e della difficoltà anche che riscontriamo nel mondo degli adolescenti, non possiamo sottovalutare o liquidare facilmente un segno così forte che il Signore ci offre e di cui vi sono grato.

Grazie al Seminario, lo ripeto ancora una volta, e a tutti coloro che vi lavorano con passione, con intelligenza: tutti i sacerdoti e tutte le persone che collaborano con loro. Lo abbiamo a cuore. Anche l’esperienza nuova di discernimento delle vocazioni giovanili in quella che si chiama oggi “Casa Nazareth” è un’esperienza che tutti vogliamo sostenere, perché coloro che il Signore chiama gli diano una risposta generosa.

Permettete – non l’ho fatto altre volte – di dire un grazie anche a tutti i sacerdoti che lavorano nella Curia diocesana. Desidero dire grazie a loro davanti a tutti voi: la Curia diocesana, i sacerdoti e i laici, sono a servizio del Vescovo per tutte le comunità. Non è semplice, come non è semplice il servizio del Vescovo, però io desidero che davanti a voi loro avvertano la mia riconoscenza.

Vorrei ora condividere con voi una riflessione sul tema della vicinanza che è il tema che il Santo Padre ci ha offerto in un discorso ampio sul ministero presbiterale. Mi sembra significativo alla luce dell’esperienza del distanziamento che nei modi più diversi abbiamo vissuto anche nel paradosso che a volte il distanziamento ci ha ravvicinato.

Ora il distanziamento è superato. La vostra presenza così numerosa ne è segno e io vorrei dire a tutti i cristiani: tornate nelle nostre chiese! tornate! Con prudenza e con attenzione possiamo superare quelle norme che limitavano la partecipazione. Adesso tocca a noi e, in un tempo ancora così difficile, vogliamo dare testimonianza insieme della nostra fede.

In un tempo in cui la sofferenza e il doloro sono profondi e diffusi, noi siamo proprio chiamati a offrire percorsi di liberazione del dolore, ancor prima che di liberazione dal dolore. Bisogna che le persone possano liberarsi del loro dolore.

Desidero ringraziare anche per le esperienze che a livello diocesano si stanno offrendo per raccogliere il dolore, per dare la possibilità di manifestarlo in un clima di fede, perché solo liberando il dolore si potrà arrivare alla liberazione dal dolore. Un dolore che oggi assume i tratti del turbamento, dello sconcerto, per qualcuno anche della paura per la guerra che è così vicina ai nostri confini.

Ho già detto dell’accoglienza e della solidarietà, ma vorrei anche ricordare l’edificazione quotidiana della pace: preghiamo per la pace, camminiamo per la pace, ma non dimentichiamo poi che veramente ci viene richiesto un impegno e uno sforzo quotidiano per costruire la condizioni di pace. La guerra che in queste settimane sta attraversando l’Ucraina ci manifesta come troppo facilmente diamo per scontato che la pace sia un desiderio e quindi si imponga naturalmente: la pace è un grande dono di Dio ma insieme è anche un grande impegno degli uomini per la costruzione quotidiana di condizioni di pace.

Alla luce del pellegrinaggio pastorale, non posso che riconsegnarvi la consapevolezza umile e discreta, non orgogliosa, della vicinanza che le nostre parrocchie rappresentano: è la vicinanza di Dio. È la vicinanza dei sacerdoti, la vicinanza delle persone che costituiscono la comunità non esclusiva o chiusa, ma aperta anche a coloro che sono lontani e a volte bussano solo per caso alla vita comunitaria. Le nostre parrocchie proprio rispondendo alla loro vocazione originaria sono un segno della vicinanza di Dio e della Chiesa nei territori esistenziali delle persone e anche nei loro territori geografici.

Il Santo Padre ci ricorda una vicinanza assolutamente necessaria che non solo è quella di Dio, ma è la nostra a Dio. Abbiamo percorso il cammino della Quaresima: l’appello alla conversione per tornare a Dio non è solo un appello ad essere migliori, un appello ad abbandonare il peccato, un appello ad abbandonare il vizio, ma è soprattutto un appello a tornare a Dio. Non ci sembri un’espressione scontata. Noi per primi abbiamo la necessità continua di tornare a Dio: solo in Dio noi troviamo la ragione della nostra esistenza e della nostra missione. Non possiamo semplicemente ricordarcene in queste occasioni dove il Vescovo con un po’ di enfasi lo condivide. È una necessità oggi più forte che mai: noi saremo veramente vicini al popolo di Dio nella misura in cui ci facciamo vicini a Dio.

Dice il Santo Padre: “Senza l’intimità della preghiera, della vita spirituale, della vicinanza concreta a Dio attraverso l’ascolto della Parola, la celebrazione eucaristica, il silenzio dell’adorazione, l’affidamento a Maria, l’accompagnamento saggio di una guida, il sacramento della riconciliazione come facciamo ad esercitare con forza ma anche con pace il nostro ministero?”.

Sapete di qualche mia modesta considerazione e simpatia per il mondo cassidico che sempre mi affascina. C’è una canzone che Martin Buber consegna in una sua raccolta che fa sorridere nella sua semplicità e che mi ha sempre ispirato:

“Rabbi di Bershev soleva cantare una canzone che diceva così:
Dovunque io vada, tu.
Dovunque io sosti, tu.
Solo tu, ancora tu, sempre tu. Tu, tu, tu, tu.
Se mi va bene, tu.
Se sono in pena, tu.
Solo tu, ancora tu, sempre tu. Tu, tu, tu, tu.
Cielo e terra, tu.
Sopra, tu. Sotto, tu.
Dove mi giro, dovunque miro, solo tu, ancora tu, sempre tu. Tu, tu, tu, tu”.
Al di là del sorriso di parole così semplici, per noi tornare a Dio è tornare a questo tu.

Cari fratelli, lo so benissimo che dico cose che vivete e che vi appartengono. Quando noi preghiamo e preghiamo tanto perché il nostro ministero è fatto di preghiera, noi stabiliamo questo rapporto perché stiamo rivolgendoci veramente a un Tu. Non sono semplicemente parole sante che diciamo.

Noi a volte siamo piccoli davanti al mondo e lo diciamo nella considerazione che ci sembra di fare tanti sforzi inutili fino a sentirci insignificanti e inadeguati. Ma noi siamo grandi davanti a Dio. Non è una grandezza che ci inorgoglisce ma è una grandezza che ci rallegra e alimenta il nostro servizio.

Oltre alla vicinanza a Dio per il Santo Padre sono quattro le vicinanze.

La vicinanza al Vescovo. Non solo la vicinanza del Vescovo ma al Vescovo. Quando all’inizio ho detto dell’unità, sono convinto che la nostra non è una unità per la forza, ma la nostra è una unità per il Vangelo. L’unità trova un segno nella comunione con il Vescovo, in quella accoglienza reciproca che il pellegrinaggio pastorale sembra alimentare ancora di più, nella condivisione, nella fiducia reciproca o in quell’ascolto e discernimento che diventa anche obbedienza. I legami di un sacerdote con la sua Chiesa particolare sono decisi anche per la sua missione universale.

La vicinanza di ogni presbitero agli altri presbiteri, suoi confratelli. Credo che questa dimensione della fraternità, come ho ripetuto tante volte, è la dimensione del futuro del nostro ministero. Una dimensione di fraternità che oggi sperimentiamo sempre più come esigenza è chiamata ad essere una fraternità come prospettiva e una fraternità come testimonianza. Una fraternità perché noi preti possiamo diventare santi soltanto insieme. Sì, la santità della porta accanto è la santità del prete accanto. Possiamo diventare santi solo insieme. Abbiamo la gioia della canonizzazione di Luigi Palazzolo: un prete. Insieme alla santità che ci aiutiamo a vivere nella fraternità vogliamo raccogliere le grandi testimonianze di chi viene riconosciuto dalla Chiesa universale e di chi ha attraversato la nostra vita diocesana in tanti modi e che noi abbiamo conosciuto. La santità del presbitero oggi si alimenta reciprocamente con la santità del ministero. Oserei dire, se non fosse un po’ il rischio di una moda, una santità sinodale. La santificazione è un cammino comunitario. Condividere la parola e celebrare insieme l’Eucaristia ci rende più fratelli e ci trasforma via via in un presbiterio santo e missionario.

La vicinanza al popolo, infine. È la popolarità, che è ben diversa dal populismo e dal consenso che possiamo ricevere. È l’amore per il popolo di Dio. Noi non saremo mai una élite. Forse saremo un resto, ma non siamo una élite. Siamo al servizio del popolo perché noi per primi siamo popolo: siamo nati come popolo, siamo stati chiamati a servire questo popolo, camminiamo insieme ad un popolo. Detto così può sembrare enfatico, ma so bene la fatica quotidiana di camminare insieme a un popolo, ma noi non escluderemo mai nessuno. Questo ci costa, ma noi siamo vicini al popolo.

Credo allora che risuonino con una particolare efficacia nel mio cuore, e spero anche nel vostro, le parole del profeta che Gesù stesso ha ripetuto: “Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione, mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi e la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore”.

Ci ritroveremo, mi auguro, il prossimo anno, se Dio vorrà: che questo sia un anno di grazia del Signore!

(trascrizione da registrazione)