Festa dell’apparizione – Santuario dell’Addolorata in Borgo Santa Caterina

18-08-2013
Cari fratelli e sorelle, trovarci in questi giorni in questo santuario rappresenta in momento in grande intensità nella nostra relazione con il Signore, particolarmente caratterizzata dalla venerazione che abbiamo per Maria, la Madre di Gesù.
 
Questo santuario ne custodisce un’immagine particolarissima, un’immagine che ci riporta ad un dono che il Signore ci ha fatto, perché questa immagine parlasse in maniera più intensa e luminosa alle diverse generazioni che ancora avrebbero posato gli occhi su di essa.
 
Certamente l’immagine evangelica di Maria presso la croce e questa tradizionale seppur evangelica immagine della deposizione di Gesù nel grembo che lo aveva generato, ci mette in relazione con le esperienze assolutamente rilevanti dell’esperienza umana che sono quelle della fatica, del limite, dell’oscurità, che sono quelle del dolore fisico e spirituale. Quelle sofferenze a volte invisibili che raggiungono in momenti e in modi diversi la vita di ciascuno. Giovanni Paolo II in una riflessione sulla Madonna Addolorata diceva: “Il suo amore materno ci è di sprone ad aprire l’anima alle sofferenze degli altri e particolarmente a quanti sono in cerca di risposte valide ai profondi interrogativi dell’esistenza”.
 
Noi non possiamo rassegnarci all’oscurità del dolore. La stessa parola “accettazione” dice una scelta, non semplicemente un destino. Questa relazione della nostra vita, della profondità del nostro essere con il dolore è qualche cosa che ha mobilitato l’intelligenza umana. Noi dobbiamo riconoscere che oggi abbiamo risposte al dolore che i nostri nonni non possedevano. Certamente dobbiamo benedire i progressi che la scienza e la medicina hanno conseguito come risposta alle attese di salute, alle attese di superamento di quella sofferenza e di quel dolore che attraversano i nostri corpi e i corpi dei nostri cari, che a volte avvertono il decadimento dovuto agli anni.
 
Dobbiamo benedire anche quelle capacità che l’intelligenza umana è riuscita ad elaborare per rispondere a sofferenze invisibili, che non sono le sofferenze del corpo. Sono quelle sofferenze che appartengono alla nostra interiorità, al nostro modo di guardarci allo specchio e a volte appunto di soffrire di quell’immagine che siamo noi stessi. Noi abbiamo problemi dal punto di vista della salute, ma soffriamo ugualmente. Soffriamo degli altri – ed è una grande sofferenza – , ma a volte soffriamo di noi stessi, delle nostre incapacità, inettitudini. A volte ci avvertiamo estraniati dal mondo in cui viviamo, facciamo fatica. L’uomo ha affrontato anche questa sofferenza, oggi per diverse ragioni così diffusa. Non dobbiamo disprezzare tutto ciò che è stato elaborato per dare una risposta a questo tipo di sofferenza.
 
C’è anche una sofferenza di natura sociale. La parola “depressione” evoca appunto sofferenze di natura individuale, ma dobbiamo riconoscere che stiamo attraversando una fase di “depressione sociale”. Le nostre certezze, le nostre energie sono state consumate e logorate. Quel forte spirito di iniziativa oggi si è trasformato in uno spirito di resistenza, ma il prolungarsi e per qualcuno l’aggravarsi della situazione sembra appunto provocare una sofferenza che è sofferenza sociale.
 
Ricordavo qualche giorno fa che anche cenni di ripresa che pur sembrano manifestarsi possono rischiare di creare una sofferenza maggiore, essendo disponibili solo per alcuni e lasciando altri ai margini in una maniera ancora più sofferta di quella che possiamo soffrire oggi.
 
La vicenda di Gesù si impasta tutta con la nostra umanità. La nostra fede in Gesù riconosce questo impasto. È Dio con la nostra umanità nella vicenda di Gesù. In questo impasto non è indifferente la dimensione del limite, dell’oscurità, del male, del peccato, della malattia, della sofferenza, del dolore. È la grande provocazione di ogni religione, di ogni filosofia, di ogni idea della vita e dell’uomo.
 
Il miracolo che noi ricordiamo ci offra una luce. È un miracolo di luce, avvenuto non nella notte, ma di giorno, quando splendeva il sole. Ci dice che c’è un’altra luce oltre le nostre luci. C’è un’altra luce oltre la meravigliosa luce del sole. C’è una luce che viene da Dio e che viene generosamente offerta agli uomini.
 
Questa luce che fa risplendere in una maniera nuova l’immagine, una immagine che evoca l’amore di Dio condiviso fino in fondo dalla persona della madre di Gesù. Gesù morto per amore viene posto nelle braccia di Maria. La grande trasformazione del dolore alla fine avviene a partire dal dono e dalla scelta dell’amore.
 
Ci è consegnato questo segno miracoloso attraverso l’immagine dei raggi che fanno rivivere, che rinnovano, che fanno risplendere quell’immagine ormai sbiadita, come rischia a volte di essere in noi e non solo su un muro, non solo sulle mura delle nostre chiese e delle nostre case in immagini che desideriamo restaurare. Cari fratelli e sorelle, che quei raggi raggiungano il nostro cuore, la nostra interiorità, la nostra fede, perché l’immagine che a volte si è sbiadita in noi dell’amore di Cristo e dell’amore materno di Maria possa rifiorire.
 
Vorrei interpretare quest’anno questi tre raggi come il raggio della compassione, il raggio della fecondità, il raggio della pazienza.
 
Il raggio della compassione, rispetto all’indifferenza dalla quale siamo sempre tentati. Così immersi in un dolore infinito – basti pensare a come la comunicazioni ci metta in relazione una tale ampiezza del dolore -, noi in qualche modo tendiamo di difenderci innalzando le mura dell’indifferenza. Ebbena in questa festa, in questo borgo, in questa comunità, in questa città, a partire dal miracolo, noi vogliamo raccogliere il raggio della compassione, della compassione di Dio che accogliamo per noi soprattutto attraverso la sua misericordia e quella compassione che fa rinascere l’immagine di Dio in noi nel momento in cui la esercitiamo nei confronti dei fratelli provati sotto ogni profilo.
 
Il raggio della fecondità, perché un’altra tentazione che proviamo e che fa sbiadire in noi l’immagine dell’amore di Dio è la tentazione di pensare che il dolore sia alla fine del tutto inutile. L’inutilità del dolore. A cosa serve il dolore? Nessuno vuole né dolore, né sofferenza. Ci appare un’assurdità e in ultima analisi ci sembra del tutto inutile. Dio entra nell’oscurità del dolore e lo trasforma. Lo trasforma in un’offerta d’amore: il sacrificio. A volte è la perdita di una persona cara, o la propria impossibilità dovuta alla malattia. Quante persone abbiamo conosciuto così e forse noi stessi abbiamo già vissuto queste condizioni. Veramente il raggio della fecondità di Dio sta in ciò che proclamiamo quando celebriamo l’Eucaristia: “Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”. Una morte che non è la pietra tombale di ogni speranza, ma diventa il germe di un vita nuova. È così anche nell’esistenza degli uomini attraverso la testimonianza di chi dice di credere nell’amore del Signore Gesù che è un amore crocifisso. 
 
Infine, il terzo raggio che ravviva l’immagine dell’amore di Dio così come ci è rappresentato nella santa effige, è il raggio della pazienza. La pazienza è davvero, come ci dicevano i nostri vecchi, la virtù dei forti. La pazienza non è semplicemente l’accettazione aspettando che “passi sta nuttata”. La pazienza è veramente la forza di restare con la nostra integrità, con la nostra fede in lui, con questa devozione a Maria che ravviva la fede in Dio dentro le condizioni che nessuno augura e si augura per se stesso. Una pazienza quindi forte e non una pazienza come segno dell’impossibilità di fare altro. Una pazienza che significa “rimango fedele” a ciò che credo, a ciò che conta, nonostante le prove e le delusioni della vita possono mettere a prova i miei convincimenti e la stessa pazienza.
 
Ecco, questa immagine e il miracolo parlano ancora a noi oggi. Hanno parlato in questi giorni alle tante persone che si sono raccolte in preghiera nel santuario e possono parlare – al di là delle mie parole – anche a voi che siete riuniti e che insieme con me continuate a celebrare questa Eucaristia, che rappresenta in maniera viva quell’amore di Dio che quell’immagine ci ricorda.
 
***
 
AL TERMINE DELLA PROCESSIONE
 
Vorrei condividere con voi qualche pensiero partendo da ciò che abbiamo vissuto insieme. La processione è un gesto tradizionale. Vogliamo riaffermare questo attaccamento alle tradizioni che rappresentano ciò che non si può vedere, danno forma a ciò che è invisibile. Questa tradizione è diventata anche un momento nel quale vorremmo richiamare a noi stessi la nostra identità, la nostra storia.
 
C’è un secondo aspetto che questa processione rappresenta ed è la sua imponenza. È uno dei gesti che raccoglie più persone durante l’anno nella nostra città: persone del borgo, persone della città, persone che vengono dai nostri paesi. È un gesto rappresentativo della vita che viviamo gli uni accanto agli altri. È un gesto che ci unisce anche se non ci conosciamo.
 
Un terzo aspetto è rappresentato dalla gratuità di questo gesto. Una gratuità così evidente da presentarne – e capitemi – l’inutilità. È un gesto totalmente gratuito, non otteniamo nulla immediatamente dall’aver compiuto questo gesto, nulla che possiamo misurare con i metri con cui siamo abituati a misurare le cose. È un gesto che va al di là, di fatti è anche un gesto eccezionale. 
 
Mi domando allora come questo gesto ci possa parlare oltre quello che vediamo. 
 
Mi sembra che la possibilità di raccogliere un messaggio profondo innanzitutto ci venga offerta dall’immagine che abbiamo venerato anche con questo gesto, l’immagine portata per le nostre strade. Guardiamola ancora una volta: è l’immagine della pietà. C’è tanto bisogno del senso della pietà. A fronte di tanti bombardamenti che sembrano stravolgere la nostra attesa di pace, a fronte di una crudeltà tentatrice, l’immagine che abbiamo portato per le nostre strade ci mostra il senso della pietà. Vi è una contraddizione profonda non solo delle cose ma soprattutto delle persone: abbiamo bisogno – e non finiremo mai di averne bisogno – di giustizia, ma non viviamo soltanto di giustizia. Viviamo di quella pietà che diventa comprensione gli uni degli altri, cominciando dalle nostre famiglie e arrivando alle nostre città.
 
Una comprensione che è condivisione: non basta stare vicini gli uni gli altri, non basta essere in tanti nello stesso luogo, abbiamo bisogno più che mai di ritrovare non solo ragioni (che a volte riusciamo anche a comprendere), ma soprattutto comportamenti che ci dicono la possibilità di condividere insieme quei gesti della comprensione della pietà che l’immagine della Madonna addolorata con il Cristo posto sul suo grembo ci mostra in modo così efficace.
 
Il significato di questa processione ce lo ricorda poi anche l’evento miracoloso che ricordiamo a più di 400 anni di distanza. Un evento che ci parla di un’immagine sbiadita che ritorna splendente. Un segno di questo genere ci sembra veramente attualissimo: oggi si sta sbiadendo l’immagine di Dio, ma più si sbiadisce l’immagine di Dio nelle nostre coscienze, più si sbiadisce l’immagine dell’uomo. A volte guardandoci allo specchio noi stessi non abbiamo più la limpidezza di comprendere in che mondo siamo e che cosa ci stiamo a fare in questo benedetto mondo. Il miracolo di Dio è di ridare limpidezza e luminosità all’immagine di Maria che tiene Cristo deposto nel suo grembo, ma in ultima analisi dà limpidezza a quella densità umana di cui ciascuno di noi è immagine, da quello che in questo momento possiede le energie più intense, a quello che è schiacciato dalla debolezza. Nell’immagine di questa densità umanità si identifica la famiglia, la comunità, la città.
 
Cari fratelli e sorelle, abbiamo camminato insieme ricordando l’evento della restituzione della luminosità di un’immagine che non sta solo su un muro, ma sta nel profondo di noi stessi: è l’immagine della nostra umanità. È l’immagine di un Dio che non ci toglie l’umanità, ma continuamente ce la restituisce rinnovata attraverso la sua vita, attraverso il suo amore, attraverso questi segni.
 
Tutto questo richiede una consapevolezza del gesto che abbiamo condiviso. Torniamo alle nostre case, mi auguro che ci ritorniamo sereni e contenti di aver vissuto questo momento insieme, ma ci torniamo anche consapevoli che la fede in Gesù Cristo non è inutile. La fede è veramente capace di rigenerare continuamente speranza, come quella luce aveva rigenerato allora l’immagine dipinta sul muro. 
 
È bello, fratelli e sorelle, che Maria, la madre di Gesù, che veneriamo intensamente nella figura dell’Addolorata, accompagni ciascuno di noi, accompagni ciascuna delle persone che ci sono care, accompagni i giovani e i bambini, accompagni gli anziani, accompagni coloro che sono attraversati da sofferenze fisiche e interiori di non poco conto, accompagni questo borgo, accompagni le parrocchie della nostra città, accompagni la nostra città. È questa terra che non soltanto vogliamo dire di amare, ma che noi stessi vogliamo contribuire a rigenerare per il bene nostro e per il bene di tutta intera la nostra comunità.
 
(trascrizione da registrazione)