Vangelo e bellezza

Commenti artistico-spirituali al Vangelo attraverso opere d'arte

Riportiamo alcuni commenti artistico-spirituali al Vangelo riletto attraverso importanti opere d’arte. I commenti sono realizzati da don Tarcisio Tironi del MACS – Museo d’Arte e Cultura Sacra di Romano di Lombardia.


XXIX domenica del tempo ordinario – 18/10/2020

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Al tempo di Gesù, uomini, donne e schiavi dai 14 ai 65 anni dovevano versare annualmente all’erario di Roma una tassa pro capite di un denaro d’argento (il «census»), l’equivalente d’una giornata lavorativa, in quanto la Palestina era assoggettata al potere di Roma, e al Tempio, un denaro d’argento («fiscus Judaicus») con l’immagine dell’imperatore Tiberio (14-37) e la scritta: «Tiberio Cesare, augusto figlio del divino Augusto».

Farisei ed erodiani, secondo l’evangelista Matteo (Matteo 22,15-21) chiedono a Gesù: «È lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?». Se Cristo avesse risposto: «Sì», lo avrebbero accusato d’essere complice dei romani; se avesse risposto «No», avrebbe violato la legge.

William Xerra indirizza il nostro sguardo a leggere nella sua opera (collage e tecnica mista su cartoncino) posta nel «Lezionario per le messe “ad diversa”» tra le pp. 394-395, i profili di volti che si oppongono e si sovrappongono, dove sembra tradurre visivamente la derivazione latina del verbo «confrontare»: «cum» (insieme) e «frons» (fronte), cioè «mettere di fronte». Oggetto del confronto è la frase di Gesù: «Mostratemi la moneta del tributo» (v. 19), scritta in stampatello e posta a metà dell’opera, in verticale.

Il Nazareno provoca dunque farisei ed erodiani. Li obbliga ad affrontare il quesito da loro sollevato ad arte per metterlo in difficoltà, perché prendano coscienza della presenza quotidiana: sia erodiani (collaborazionisti dell’impero romano) sia zeloti (negazionisti del diritto dei romani di riscuotere tasse) infatti pagavano tranquillamente il tributo anche se per ragioni diverse.

Xerra anche qui conferma il modo di operare secondo quanto ha dichiarato in un’intervista: «Nel mio lavoro, ho cercato sempre di collegare le parole allo spazio, far sì che i frammenti di parola che utilizzavo sul foglio germinassero nuovi spazi, nuove contaminazioni: volevo che fosse lo spazio a gestire la parola». Egli pone di fronte i volti di sei persone, delineati da un semplice tratto, allo scopo di sollecitare la reazione di coloro che hanno interrogato Gesù, facendo emergere somiglianze e differenze, pareri e opinioni. Il racconto evangelico in questo modo interpella tutti, donne e uomini, consegnandoci un messaggio sempre attuale: la questione del rapporto Stato-cittadini e di conseguenza quella delle tasse.

La risposta di Cristo: «Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (v. 22) segna una «distinzione» tra la sfera della politica e quella della fede, stabilisce una «gerarchia» tra Cesare e Dio (è quest’ultimo il primo), provoca a «discernere» che cosa dare a Cesare e che cosa a Dio.

«La barbarie inizia ove qualcuno e qualcosa si ritiene “dio” dell’altrui coscienza riducendo la persona a strumento o mezzo della propria astratta e assolutizzata visione della vita. Né Chiese braccio religioso degli Stati né Stati braccio secolare delle Chiese. Oltre ogni confusione non richiesta e ogni privilegio» (Luigino Bruni).


XXVIII domenica del tempo ordinario – 11/10/2020

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Alla vigilia della sua passione e morte, Gesù narra una parabola (Matteo 22,1-14) che si può dividere in tre parti. Iniziamo a «leggere» quanto l’anonimo pittore olandese, «il monogrammista di Brunswick», ha dipinto nel 1525 circa, nell’opera «Parabola del grande banchetto», oggi al Museo Nazionale di Varsavia.

Guardiamo con un poco di pazienza per orientarci nelle varie parti che l’artista ha tratto dal racconto evangelico. La prima scena è raffigurata a sinistra, sullo sfondo, come si era soliti fare nei dipinti olandesi del periodo. Due guardie reali a cavallo stanno sollecitando «i chiamati» (così nel testo originale, il greco) al banchetto nuziale, ma invano. Al loro rifiuto, il re ordina ai servi di ritornare dai «chiamati», dicendo che «tutto è pronto» (v. 4) e che vengano alle nozze del figlio. Alcuni sono indifferenti e pensano ai loro affari e altri, addirittura, insultano e uccidono i messaggeri regali. «Allora il re si indignò» e – lo vediamo nella scena che sta prima delle guardie a cavallo – «fece uccidere quegli assassini» (v. 7).

Nella seconda parte della parabola il re, a sorpresa, ordina ai servi d’invitare tutti al convito di nozze, buoni e cattivi, «e la sala delle nozze si riempì di commensali» (v. 10). Finalmente la festa si inizia. Sul palazzo dipinto, le torce sono accese e le tende alzate, i musicanti rallegrano i presenti e la sala si riempie di ospiti.

Al centro, in primo piano ci sono: un uomo ipovedente guidato dal suo cane, un altro, storpio, che si sostiene con la stampella e una donna, povera, che con un bimbo in braccio e una piccola attaccata alla vestaglia, cerca posto. I tre alludono alla fede, alla speranza e alla carità. Appena dietro, nel cortile, compaiono delle persone sedute intorno al tavolo che si aiutano vicendevolmente.

Siamo alla conclusione della parabola. Sotto i musici, il re è seduto al tavolo principale con alla destra gli sposi e attorno i familiari che banchettano. La scena successiva – in primo piano, a sinistra – ci presenta il re che entra «per vedere i commensali». Mentre sta salutando un ospite, scorge un uomo senza veste e gli chiede: «Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?» (v. 12). Per meglio comprendere il finale, ricordiamo la consuetudine orientale: il re donava ai «chiamati» la veste del convito. L’artista olandese dipinge il momento nel quale due servi stanno gettando in una buca l’uomo senza la veste nuziale, eseguendo così l’ordine regale: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori, nelle tenebre» (v. 13).

La scena, del tutto inattesa, ci ricorda che aver accolto l’invito ed essere entrati nella sala non dà alcuna garanzia d’essere salvati. Spiega san Gregorio Magno: «Entra alle nozze senza le vesti nuziali colui che crede nella Chiesa, ma non ha la carità».


XXVII domenica del tempo ordinario – 04/10/2020

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Leggiamo il brano evangelico (Matteo 21,33-43) attraverso una splendida miniatura tratta dallo «Speculum Humanæ Salvationis» (Lo specchio dell’umana salvezza). L’opera del 1360 circa, attribuita a Ludolfo di Sassonia, certosino a Strasburgo, è un’esposizione in latino della storia dell’umana Redenzione in 45 capitoli di versi ritmati, abbellita di miniature e poi di xilografie. Il libro è costruito secondo il genere letterario conosciuto come uno «Speculum» (specchio) cioè il confronto tra episodi dell’Antico Testamento (detto tipo) con altri corrispondenti del Nuovo Testamento (antitipo).

Nella parte bassa della miniatura (tipo) è raffigurato un gigantesco grappolo d’uva che, appeso ad un palo, due uomini, aiutandosi con il bastone, stanno portando a spalla per mostrarlo al popolo ebraico in cammino, come prova della fertilità dell’ormai vicina terra promessa da loro appena esplorata (cfr. Numeri 13,23). A questo episodio biblico, segno delle abbondanti protezioni di Dio per Israele, fa da antitipo quanto è rappresentato nella parte superiore della miniatura: la «parabola dei vignaioli assassini» che racconta della risposta malvagia dei capi di Israele alle benedizioni di Dio.

Il proprietario affida la sua vigna a dei contadini perché la coltivino e la custodiscano fino al tempo dei frutti. I vignaioli non solo maltrattano e uccidono i servi inviati dal padrone a ritirare il raccolto ma uccidono addirittura il figlio, l’erede, convinti così di ottenere la vigna. È questa la scena miniata. Sul portale di ingresso alla vigna cinta di mura e rigogliosa di grappoli, dove al centro campeggia una torre alta e articolata, due servi stanno uccidendo il figlio.

A quel punto Gesù invita gli ascoltatori a giudicare la situazione descritta: «Quando verrà il padrone della vigna, che cosa farà a quei contadini?» (v. 40). E la risposta ovvia dei capi religiosi di Israele destinatari del messaggio – questi vignaioli meritavano il peggio – finisce per incriminarli. «Perciò io [Gesù] vi dico: a voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti» (v. 43).

La parabola che traccia la storia della salvezza evidenziando tappe oscure e luminose, non contiene solo un giudizio ma anche una promessa. Il fallimento del popolo d’Israele fa nascere un popolo nuovo, «altri contadini che consegneranno i frutti a suo tempo» (v. 41).

Dio non abbandona mai il suo popolo. Egli ha continuato a inviare profeti nonostante la ribellione e i tradimenti. Nella pienezza dei tempi, Dio ha mandato il Suo stesso Figlio convinto che «Avranno rispetto per mio figlio!» (v. 37) non per condannare ma per richiamare tutti alla vita.

Facciamo nostra la preghiera che padre Turoldo scrisse in forma poetica a commento di questa pagina evangelica.

«La vera vite Tu sei e noi i tralci,
solo con Te porteremo frutto,
e della vigna faremo un giardino
dove ognuno si senta di casa».


XXVI domenica del tempo ordinario – 27/09/2020

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Oggi il brano di Vangelo secondo Matteo (21, 28-32) fotografa un quadretto di vita in famiglia di immediata e facile comprensione. Molti genitori rivedono l’atteggiamento più o meno frequente dei propri figli ma anche il modo di fare quando, da figli, rispondevamo alle richieste del papà o della mamma.

Gesù vuole coinvolgere chi lo sta ad ascoltare – i sommi sacerdoti e gli anziani – e li invita a prendere posizione. In forma di parabola, narra di un padre che propone a ciascuno dei due figli di andare a lavorare nella vigna che possiede. Il primo risponde: «Non ne ho voglia». Poi si pente e ci va; il secondo dice: «Sì, signore». Ma non ci va. Quindi il Maestro provoca gli uditori: «Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo».

Rileggiamo adesso la pagina evangelica guardando la «Parabola dei due figli» di Andrey Mironov, che ha definito il cristianesimo «il tema principale delle sue opere». Nello spazio della stanza appena indicato, all’inizio della giornata segnalata dalla prima luce dell’alba che si intravvede attraverso la finestra sulla destra, l’artista autodidatta fissa lo stato d’animo dei personaggi. L’attenzione è focalizzata sul viso e sulle mani dei tre, nettamente caratterizzati e portatori di esperienze umane di enorme intensità emotiva.

Nel dipinto del 2012 (Russia, collezione privata), il pittore russo contemporaneo presenta a sinistra il padre attempato che sull’abito bianco veste un ampio manto rosso. Nello sguardo profondo e nel gesto della mano sinistra, emerge la sofferenza conseguente al rifiuto ricevuto dal secondo figlio.

In primo piano è ritratto, quasi senza volto e con abiti dal tono grigio, il primo figlio, deferente, equilibrato, «obbediente» che sta davanti al padre col capo chino. Il secondo figlio è rappresentato in modo vivo, con un manto azzurro, nell’atto di rifiutare la chiamata al lavoro, con la mano destra alzata e il capo in posizione opposta allo sguardo paterno. Dietro la superficie scomposta e ribelle, c’è un cuore vero.

L’evangelista Matteo, prosegue il racconto con il rimprovero di Gesù ai sommi sacerdoti e agli anziani per non aver seguito l’esempio dei pubblicani e delle prostitute che, fidandosi della parola di Giovanni Battista, hanno accettato il battesimo di penitenza. «Voi, al contrario, – continua Gesù -avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

Il pentimento e la conversione non partono dalla conoscenza anche perfetta della legge ma dal cuore di chi riconosce in Dio non un padrone ma un padre che vuole solamente far felice ogni figlia e ogni figlio.

Giovanni Crisostomo anche a noi scrive: «Quando ritorniamo ad amare ardentemente Dio, egli non ricorda più il passato. Abbiate sempre fiducia e fatevi coraggio. Basta che vi incamminiate sulla via che porta alla salvezza e avanzerete rapidamente».


XXV domenica del tempo ordinario – 20/09/2020

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Verona, Museo di Castelvecchio. Cerchiamo la tela dei «Lavoratori della vigna» dipinta da Francesco Maffei nel 1645.

Prendiamo il brano del Vangelo secondo Matteo (20,1-16) e leggiamo. Gesù continua a narrare del «Regno dei cieli» raccontando la parabola degli operai della vigna. Come da noi in queste settimane, anche allora, per vendemmiare in tempo utile, era necessario l’impiego di braccianti giornalieri in aggiunta ai dipendenti fissi. Perciò questo padrone esce molto presto a cercare in piazza dei lavoratori, poi ci ritorna alle nove, a mezzogiorno, alle quindici e alle diciassette promettendo ai primi un denaro e agli altri «quello che è giusto» (v. 4). In Israele la giornata di lavoro si iniziava con i primi raggi del sole e proseguiva fino alle ore sei del pomeriggio. Era consuetudine fare un contratto orale che stabiliva il prezzo per la giornata da consegnare prima del tramonto del sole.

Guardiamo l’opera del pittore vicentino sapientemente ripartita, dai colori luminosi, stesi con pennellate veloci e leggiamola in parallelo con il testo evangelico.

Siamo al termine della giornata di lavoro, alle diciotto. Il fattore, raffigurato sulla sinistra, sta distribuendo, a partire dagli ultimi, la paga pattuita, aiutato da un servo che gli regge il vassoio con le monete d’argento. Il pittore risolve con uno stratagemma il seguito della parabola, inserendo nello spazio tra il primo lavoratore, il servo e il fattore, una «finestra» con la figura del padrone accompagnato dallo stesso fattore, in un registro più basso della scena principale, a livello dei due lavoratori della prima ora, a mezzo busto, in penombra, sulla destra. Questi si guardano sconcertati e stanno brontolando a motivo della retribuzione uguale per tutti, indipendentemente dalle ore e dalla fatica. Interviene il proprietario, con la destra appoggiata al petto e lo sguardo dritto verso di loro che, dopo aver ricordato d’essere stato ai patti, esclama: «Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?» (v. 15).

La conclusione della parabola («Così gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi») insegna che Dio chiama ogni persona alla salvezza, in qualsiasi momento della vita e dà prova d’una bontà senza limiti che supera la giustizia senza per questo comprometterla e nessuno dev’essere invidioso.

Ricordo che Bruce Marshall ha dedicato alla parabola il romanzo: «A ogni uomo un soldo» e che, esempio di chiamata «all’ultima ora», è «Giacomone», l’ubriacone e il bestemmiatore che Guareschi trasforma in un santo: si toglie il tabarro per riscaldare un crocifisso di legno e muore nella neve. «Il vecchio prete del paese rimase a lungo a guardare quella strana faccenda. Fece seppellire Giacomone nel cimitero del paesino e fece incidere sulla pietra: “Qui giace un cristiano, e non sappiamo il suo nome, ma Dio lo sa, perché è scritto nel libro dei Beati”».


XXIV domenica del tempo ordinario – 13/09/2020

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Nel brano del Vangelo odierno (Matteo 18,21-35) ci viene confermato quanto è stupefacente e incredibile l’amore di Dio: sempre pronto a perdonare.

Pietro che ben conosce quanto prescrive la tradizione giudaica – perdonare fino a tre volte lo stesso peccato e poi riconciliarsi con chi l’ha commesso – si rivolge al Maestro chiedendo se basti perdonare «fino a sette volte» (v. 21) un debito al fratello. Gesù all’apostolo che si aspettava un apprezzamento per aver ecceduto nel numero, risponde: «Fino a settanta volte sette» (v. 22), cioè sempre, come fa il Padre con ogni persona. E subito, per far comprendere questo insegnamento e mettere in guardia chi rinchiudendosi nel proprio orgoglio è incapace di accogliere la gratuità del condono e di concederlo al fratello, racconta la parabola di un uomo che, pur essendo un debitore perdonato, si trasforma in un brutale creditore.

Sono poche le opere d’arte che nei secoli hanno «scritto» il racconto della «Parabola del servo malvagio». Leggiamo quella che si trova nel Musée des Beaux Arts di Tours in Francia, realizzata da Claude Vignon nel 1629, non da tutti riconosciuta con questo titolo. L’artista narra nel suo stile solenne, dai colori vivaci e luminosi, e in modo assai espressivo, la parte finale della parabola dove emerge la spietata crudeltà dell’uomo che, pur essendo stato graziato di un debito enorme, non ha saputo perdonare chi gli doveva una piccola somma. Vignon dà un particolare risalto alla reazione del padrone che, continua il racconto di Gesù, «fece chiamare quell’uomo e gli disse: “Servo malvagio, io ti ho condonato tutto…perché mi hai pregato. Non dovevi anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?”» (vv. 32-33). Osserviamo il dipinto. In un ambiente facilmente riconoscibile come parte di un’abitazione regale – mobilio, tendaggi, monete d’oro, libri di conto con un foglio in bilico dove sta la firma dell’autore e l’anno dell’opera – il sovrano, sontuosamente vestito, sta pronunciando la sentenza contro il malvagio accompagnando alle parole un evidente gesto del braccio sinistro con l’indice puntato. Per contrapposizione, sulla sinistra, in un piccolo spazio, vediamo il servo vestito semplicemente e trattenuto da due guardie dagli abiti preziosi che, resosi conto che il momento è tragico, con la mano sinistra sul cuore implora un’impossibile grazia mentre trattiene ancora nella destra un sacchetto, forse di denaro.

Ai tempi di Gesù un talento equivaleva a 6.000 denari e uno stipendio medio mensile era di 30 denari. Quindi per pagare il debito di 10.000 talenti, quell’uomo avrebbe dovuto lavorare circa 200.000 anni.

Siamo chiamati a perdonare «settanta volte sette», proprio perché siamo «sempre» perdonati dall’infinita misericordia di Dio.

Il monaco Serafino di Sarov (1754-1833), uno dei santi più popolari della Russia, ci rassicura: «Il peccato dell’uomo è un pugno di sabbia, la misericordia divina un mare sconfinato».


XXIII domenica del tempo ordinario – 06/09/2020

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Siamo ad Aquileia. Sin dalla fondazione (181 a.C.), la città fu avamposto di Roma, centro d’irradiazione del Cristianesimo nell’Italia del nord e nelle regioni europee del centro e dell’est, vivace porto commerciale del Mediterraneo. Dopo aver visitato con soddisfazione la Basilica, il più antico edificio cristiano dell’Italia del nord-est, portiamoci in località Monastero, entriamo nel Museo Paleocristiano che, dal 1961, si trova nell’ex- monastero delle Benedettine del IX secolo e saliamo al primo piano.

Fermiamoci a contemplare il bassorilievo in pietra calcarea della fine del IV secolo raffigurante l’abbraccio tra Pietro e Paolo, ritrovato nel 1901 nei dintorni della basilica paleocristiana dedicata ai martiri Felice e Fortunato. Il rilievo incompiuto dei busti degli apostoli, scolpiti di profilo, riempie lo spazio della lastra. I due santi, simbolo dell’unità della Chiesa, manifestano nei volti i caratteristici lineamenti codificati, poco dopo l’Editto di Milano (313), nell’iconografia chiamata «concordia apostolorum» (la concordia degli apostoli).

La mano che spunta dal mantello chiuso, rende ancor più evidente la stretta dell’abbraccio tra gli apostoli, raffigurati alle porte di Roma, poco prima del martirio. La caratterizzazione voluta e precisa dei volti rappresenta la diversità di Pietro e Paolo: pur molto differenti l’uno dall’altro, hanno saputo vivere da fratelli grazie al Vangelo del Cristo, realizzando il comandamento dell’amore, malgrado nel loro rapporto non siano mancati conflitti.

Prendiamo il Vangelo e leggiamo il testo (Matteo 18,15-20) che ci aiuta a comprendere come la sequela di Gesù conduce alla nuova fraternità, dove la diversità vissuta nell’amore è in grado di creare l’unità, non l’uniformità.

Matteo è l’unico evangelista ad usare il termine «chiesa» (ekklesìa, in greco). Dopo il passo del primato di Pietro, il vocabolo compare nel brano odierno dove Gesù, descrivendo le caratteristiche della comunità cristiana, esorta i discepoli ad esercitare, con delicatezza e crescente forza di persuasione, la correzione fraterna in tre precise graduali modalità. Inizialmente, se riesce a tu per tu: «avrai guadagnato il tuo fratello» (v. 15). Il secondo tentativo si fonda sulla forza giuridica derivante dalla presenza «di due o tre testimoni» (v. 16). Infine, se il fratello «non ascolterà neanche la comunità (ekklesìa), sia per te come il pagano e il pubblicano» (v. 17), cioè non appartiene più alla comunità cristiana: è scomunicato. Il Maestro poi, dopo aver ripresentato il tema del «legare» e «sciogliere» per non dimenticare la necessità di correggere e perdonare e non solo di giudicare, invita i discepoli a pregare insieme per la guarigione della comunità. Grazie a Lui il Padre esaudisce la preghiera: «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (v. 20).

Proprio Paolo testimonia la forza dell’amore di Dio: «Colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per le genti» (Galati 2,8).


XXII domenica del tempo ordinario – 30/08/2020

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Roma, Piazza del Popolo. Entriamo nella Basilica di S. Maria del Popolo. Dopo una breve preghiera, andiamo alla prima cappella laterale nel transetto sinistro, la Cappella Cerasi, dedicata a S. Maria Assunta come narra la pala sull’altare. Ci troviamo avvolti da capolavori, realizzati nel 1600-1601 da due tra i più grandi maestri del barocco: l’«Assunta» di Annibale Carracci e la «Crocifissione di san Pietro» (a sinistra) e la «Conversione di san Paolo» (a destra), opere conosciute realizzate da Caravaggio.

Alziamo ora lo sguardo. Sulla volta a botte di questo vano interno della cappella, vediamo affreschi ideati dal Carracci ed eseguiti dal collaboratore Innocenzo Tacconi: «Incoronazione della Vergine» (ovale centrale), «Cristo ordina a Paolo di lasciare Gerusalemme» (riquadro destro), «Cristo appare a Pietro» (riquadro sinistro).

È il momento di leggere il Vangelo secondo Matteo (16,21-27). Dopo avergli assegnato il primato tra gli apostoli, Gesù ammonisce Pietro perché ha reagito in maniera impetuosa all’annuncio del Maestro che a Gerusalemme avrebbe sofferto, sarebbe stato ucciso per poi risorgere: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini» (v. 23). Gesù traduce subito dopo ai discepoli il significato del rimprovero a Pietro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua» (v. 24).

Riguardiamo la decorazione ad affresco della volta, alla scena di sinistra che raffigura l’incontro tra Cristo e Pietro lungo la Via Appia, secondo la narrazione di «Acta Petri» (scritto del XII secolo, sulla vita di san Pietro), ripresa due secoli dopo dalla «Legenda Aurea» di Jacopo da Varazze. Cristo appare al primo degli apostoli che sta fuggendo da Roma per evitare la persecuzione dei cristiani decisa da Nerone. Pietro, sbigottito, chiede al Maestro che tiene sulla spalla sinistra una grande croce: «Domine, quo vadis?» (Signore, dove vai?). Alla risposta: «Vengo a Roma, per farmi crocifiggere una seconda volta», Pietro comprende il messaggio, segue l’indicazione della mano destra di Gesù, ritorna a Roma e accetta il martirio.

È probabile che il cardinale Pietro Aldobrandini abbia così apprezzato questo affresco della cappella Cerasi, da commissionare al Carracci la splendida tavola – ora alla Royal Academy di Londra – che l’artista eseguì circa un anno dopo.

Il brano evangelico sollecita ad essere dei discepoli del Maestro senza la pretesa di tutto comprendere subito: dove e come si va, con chi si cammina, quando s’arriva. Il discepolo di Cristo è colui che si pone sulla strada indicata, disposto a procedere ovunque essa lo porti. Per Gesù fondamentale non è imparare ma seguirlo: «Se qualcuno vuol venire dietro a me».

Oggi il calendario ricorda il beato Ildefonso Schuster, indimenticabile cardinale di Milano dal 1929 al 1954. Teniamo nel cuore una sua affermazione: «Alla fine, ciò che conta per la vera grandezza è l’amore».


XXI domenica del tempo ordinario – 23/08/2020

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Che fascino trovarsi in piazza Vecchia, a «Bèrghem de Sura»! Dalla fontana del Contarini ci incamminiamo verso la Basilica di S. Maria Maggiore, passando sotto il duecentesco Palazzo della Ragione. A sinistra la Cattedrale, a destra il battistero ottagonale, davanti la Cappella Colleoni. Lì accanto, entriamo in Basilica e, dopo un momento di preghiera favorito dalle immagini, ci portiamo in fondo alla chiesa per ammirare, accanto alla tomba di Gaetano Donizetti, uno splendido confessionale, opera d’intaglio di Andrea Fantoni, terminato nel marzo 1705 dopo dieci mesi di lavoro. In questo mobile liturgico voluto dal Concilio di Trento nel 1551, vediamo un vano centrale riservato al confessore e due spazi laterali per i penitenti, per far sì che nella confessione i fedeli siano separati dal sacerdote.

Davanti a noi, in alto, sulla cimasa, sta la figura scolpita di Dio Padre e sotto, in cornice ovale, la scena di «Cristo consegna le chiavi a San Pietro».

Leggiamo il Vangelo di questa domenica (Matteo 16,13-20) che troviamo anche sul cellulare.

Gesù domanda ai suoi che cosa dice di lui la gente. Risposte: un grande uomo, un profeta, tipo Elia o Geremia, o Giovanni Battista. Il Maestro poi interroga i suoi: «Ma voi, chi dite che io sia?» (v. 15). È una domanda che da allora continua a proporsi, ad ogni persona credente o non: risposte senza fine, opinioni disparate, discussioni animate, filosofie e ideologie, mode e attualizzazioni, innumerevoli espressioni culturali. L’inchiesta di Gesù tra gli apostoli sulla sua identità, si conclude con la confessione di Pietro che, a nome di tutti, dà la risposta giusta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (v. 16).

Continuiamo la lettura con uno sguardo d’insieme tra il testo scritto con i caratteri e quello nel legno. Lo scultore Andrea Fantoni, nato e morto ad Alzano Lombardo (Bergamo), ha messo a basso e alto rilievo in bosso, entro cornice in noce, il momento successivo: il conferimento del primato a Pietro. Gesù in piedi, rivolto all’apostolo, ha appena esclamato: «E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (v. 18) e sta consegnando le chiavi. Il pescatore di Galilea è sorpreso dalle parole e dal gesto del Nazareno. In ginocchio, si porta la mano sinistra al cuore come a dire «proprio a me?», guarda il volto del suo Maestro, allarga la destra per ricevere le chiavi. Il momento solenne anche per noi, è garantito dai due apostoli – testimoni, è impreziosito da Maria (dietro un discepolo), è partecipato dalla natura, è narrato in movimento come fa capire l’elegante movenza dei panneggi, è evidenziato dalla sinistra di Gesù che indirizza il nostro sguardo in alto, dove il Padre accoglie a braccia aperte

Pertanto: Chi è Gesù per ognuno e ognuna di noi?


Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria – 15/08/2020

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Nella solennità dell’Assunta andiamo, a Celana di Caprino Bergamasco raggiungibile, deviando a Cisano, sulla strada Bergamo – Lecco. Raggiungiamo la parrocchiale adiacente al collegio-convitto sorto nel 1579 voluto da Carlo Borromeo (fra gli allievi anche Angelo Roncalli, poi papa Giovanni XXIII). Come entriamo in chiesa, siamo catturati dai colori, dalla luce, dai personaggi dipinti sulla vasta tela che si trova nell’abside: è la pala della «Assunzione della Vergine» di Lorenzo Lotto.

Prendiamo il Vangelo odierno (Luca 1,39-56) e leggiamo. Maria fa visita ad Elisabetta che, con ammirazione, così saluta la cugina: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!» (v. 42). Maria è benedetta in quanto ha generato il Figlio di Dio ma è ben più grande per la fede, perché ancor prima ha concepito nel cuore. E da allora, per tutta la vita, si è trovata a rinnovare il suo «Sì», a crescere nella fede fino alla prova suprema quando, sotto la croce, assiste alla morte del Figlio. Coinvolta sin dall’inizio nell’opera redentrice del Cristo, vincitore della morte, riceve in dono di essere la prima dei salvati e di essere portata in paradiso.

Contempliamo ora, la straordinaria pagina d’arte, scritta nel 1527 – è in parte leggibile sul rotolo, in basso a sinistra – a Venezia da Lorenzo Lotto, seguendo una tradizione del IV secolo. Gli apostoli dopo essersi radunati a pregare attorno a Maria morente, al suo trapasso portano il corpo in un sepolcro nella valle di Giosafat. Mentre stanno esprimendo il dolore, improvvisamente abbagliati da una grande luce, riescono a vedere il corpo della Madre di Dio portato in cielo. I dodici robusti popolani, vestiti di splendidi colori, reagiscono con vivacità: chi si appassiona indicando Maria, chi esprime meraviglia, chi contempla come Pietro al centro, in ginocchio e di schiena, chi cerca aiuto come i tre di destra che si abbracciano, chi cerca di guardare aiutandosi con la mano, chi sembra voler seguire la Vergine come quello a sinistra con il piede alzato. Due stanno ancora guardando all’interno del sepolcro: vicino a Giacomo il maggiore con il bordone da pellegrino, ce n’è uno con gli occhiali – forse Tommaso, sempre bisognoso di verifiche – che trova solo delle rose al posto del corpo della Vergine. Secondo alcuni, lo stesso apostolo, più o meno giustificato, era assente all’evento e Maria, che è sempre una mamma attenta a tutti, regala la sua cintura a lui che sta sotto l’albero di sinistra.

Nel mezzo della mandorla formata in basso dalla valle e in alto dalle nubi, Lotto dipinge una solenne e nel contempo leggera figura di Maria mentre, scortata da quattro angeli, sta salendo verso il cielo da cui proviene una potente luce che fa brillare persino il volto degli apostoli.

L’Assunzione di Maria, umana come noi, è l’anticipazione del finale glorioso riservato a chi si affida a Cristo, garanzia e promessa della vita senza fine. Perciò – afferma il Concilio Vaticano II nel documento sulla Chiesa (Lumen Gentium 68) – Maria «brilla ora innanzi al peregrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e di consolazione».


XIX domenica del tempo ordinario – 09/08/2020

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A Firenze, siamo appena usciti contenti dalla grandiosa Cattedrale di Santa Maria del Fiore, in stile gotico. Davanti abbiamo uno dei monumenti più importanti di Firenze, dal 1128 diventato il Battistero della città, dedicato al suo patrono San Giovanni Battista e perciò chiamato da Dante «mio bel San Giovanni» (Inferno, XIX 17).

Ammiriamo l’edificio a pianta ottagonale, con la cupola a forma di piramide pure ottagonale, caratterizzato all’esterno da tre porte (da poco sostituite da copie), ricche di preziosi e raffinati bassorilievi in bronzo. Avviciniamoci alla porta che Michelangelo chiamò «del Paradiso», realizzata per seconda da Lorenzo Ghiberti e poi muoviamoci verso destra fino a raggiungere la porta che si trova a nord, compiuta dallo stesso artista fiorentino. Proseguendo nella stessa direzione, incontreremo quella di Andrea Pisano (a sud).

La Porta nord è il primo capolavoro del Ghiberti, realizzato tra il 1403 e il 1424, su «Gesù, mediatore della nuova alleanza», seguendo il formato inventato da Pisano in ventotto formelle con cornici gotiche quadrilobate.

Prendiamo il Vangelo dalla borsetta o dallo zaino e leggiamo al capitolo 14 di quello secondo Matteo, dal versetto 22 al 33. Gesù ordina agli apostoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda del lago di Tiberiade. Nella notte la barca è in grande difficoltà a causa del forte vento contrario e all’alba i discepoli credono di vedere un fantasma venire verso di loro camminando sulle acque. Gesù si fa conoscere dicendo: «“Coraggio, sono io, non abbiate paura!”. Pietro allora gli rispose: “Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque”» (vv. 27-28). All’invito di Gesù, Pietro scende dalla barca e cammina verso il suo Maestro. Dopo poco comincia ad affondare e grida: «Signore salvami!» (v. 30).

Guardiamo alla formella n. 8 sul battente di sinistra della porta, e continuiamo la lettura evangelica attraverso la raffigurazione creata da oltre seicento anni. Gesù ha accolto l’invocazione di Pietro che sta per annegare e gli tende la destra alla quale l’apostolo si aggrappa con le due mani. Il Maestro, sicuro e ritto sui piedi appoggiati sulle onde, ammonisce Pietro il cui corpo si confonde con le ondulazioni del mare in tempesta: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» (v. 31).

Il ritmico movimento della formella è sottolineato dalla barca in balia delle onde sulla quale gli apostoli terrorizzati si stringono a vicenda, in due gruppi, per affrontare il furore degli elementi, mentre uno scruta il cielo che sta per rasserenarsi e con la mano sinistra cerca di tenere a bada le vele arrotolate.

Sant’Agostino, immaginando di rivolgersi a Pietro e a ognuno di noi, annota: il Signore «si è abbassato e t’ha preso per mano. Con le tue sole forze non puoi alzarti. Stringi la mano di Colui che scende fino a te».


XVIII domenica del tempo ordinario – 02/08/2020

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In agosto e settembre, scriverò il commento artistico-spirituale al Vangelo domenicale, attraverso opere artistiche raggiungibili in gite giornaliere.

Oggi, immaginiamo d’essere a Ravenna davanti alla Basilica dal IX secolo intitolata a Sant’Apollinare Nuovo, fatta erigere da Teodorico nel 505 come chiesa di culto ariano, dedicata, nel 540, con l’avvento di Giustiniano, a S. Martino di Tours. Entriamo e gustiamo per un momento la preziosità della superficie delle pareti della navata centrale, interamente rivestita da mosaici, distribuiti su tre fasce distinte, realizzati tra il 493 e il 526. Volgiamo ora lo sguardo al registro superiore che, sul lato posto a sud, racconta episodi della passione di Cristo e, in quello a nord, parabole e miracoli. Qui riconosciamo il brano delle Nozze di Cana e, subito dopo, ci fermiamo davanti al miracolo della Moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Prendiamo il Vangelo secondo Matteo (14,13-21) e leggiamo il passo che narra di questo prodigio, ritenuto così rilevante dai primi cristiani da essere raccontato nei Vangeli per sei volte. Gesù prova tenerezza per la folla che lo ha seguito e guarisce gli ammalati e, verso sera, ai discepoli che lo avevano sollecitato a congedare la gente, dice: «voi stessi date loro da mangiare» (v. 16). Come fare se hanno a disposizione solo cinque pani e due pesci? Uomini, donne e bambini si siedono sull’erba e guardano a Gesù.

Ora continuiamo la lettura alzando gli occhi alla splendente scena mosaicale dal fondo dorato. Al centro, di fronte a noi, emerge prepotente la figura di un giovane e imberbe Cristo, con tunica e manto purpurei e con attorno al capo un’aureola nella quale è inscritta una croce. Egli «prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli alla folla» (v. 19).

Con le tessere policrome di pasta vitrea, l’anonimo artista ha fissato questo momento: Gesù è raffigurato con le braccia distese, in forma di croce. A destra stanno Andrea con i pesci e Pietro, suo fratello, con barba bianca; a sinistra ci sono probabilmente i fratelli Giacomo, con i pani e Giovanni. I quattro hanno le mani coperte, secondo la prescrizione prevista per chiunque potesse ricevere o fare doni all’imperatore. I pesci sono due e i pani solo quattro perché – i cristiani d’allora lo sapevano bene – il primo pane che ha fondato la chiesa, la nutre e le insegna a dar da mangiare a chi ha fame, è Gesù che più volte si definisce: «Io sono il pane della vita».

S. Pier Giuliano Eymard, fondatore dei religiosi «Sacramentini», che oggi ricordiamo, scrive: «Gesù è il padre che ha preparato la tavola di famiglia. Alla santa tavola, tutti sono dei figli che ricevono lo stesso cibo».


XVII domenica del tempo ordinario – 26/07/2020

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«Chi trova un amico, trova un tesoro», è un proverbio assai conosciuto. Ha origini antiche quanto il libro biblico, l’unico dell’Antico Testamento con la firma dell’autore, il Siracide. Proprio da circa 2.200 anni, lì, dopo alcuni consigli per distinguere la vera dalla falsa amicizia, sta scritto: «Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro» (6,14). Per esperienza, tutti sappiamo che l’amicizia, se vera, è come un tesoro di gran valore che può cambiare la vita.

L’evangelista Matteo, nel brano oggi proclamato nelle Celebrazione eucaristiche di rito romano (13,44-52), presenta tre parabole narrate da Gesù: quelle simili del tesoro nascosto e del mercante di perle e quella della rete. Quest’ultima (vv. 45-50), con l’immagine della rete che raccoglie ogni genere di pesci, si rifà alla parabola del grano e della zizzania: il contrasto bene-male sarà risolto solo alla fine da Dio che, nell’attesa di quel giudizio, si dimostra paziente e disponibile.

Le parabole del tesoro nascosto (v. 44) e del mercante di perle (vv. 45-46) sono brevi ma efficaci per il nostro vivere. Per ben comprendere la prima – «Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto nel campo; un uomo lo trova e lo nasconde; poi va, pieno di gioia, vende tutti i suoi averi e compra quel campo» – ricordiamoci che nell’antichità si usava nascondere sottoterra, in anfore o altri contenitori, denaro e oggetti preziosi, specialmente all’avvicinarsi di eserciti nemici. Dopo un po’ di tempo, superato il pericolo, qualcuno per caso trovava il nascondiglio e diventava improvvisamente ricco.

Ci aiuta ad approfondire il senso della parabola, il pittore olandese Gerrit Dou, che lavorava nella bottega di Rembrandt, con la tavola dipinta nel 1630 circa.

In primo piano sta l’uomo fortunato, in abiti del XVII secolo, con un ginocchio a terra, nella mano destra una pala e con la sinistra sembra indicare il tesoro scoperto. Sulla destra, risalta il contrasto tra le sue cose quotidiane (giacca, cesta con il pranzo, borraccia con l’acqua) e la fortuna appena trovata (pezzi in argento, una bisaccia con dei soldi, sacchetti per custodire gioielli).

Ma è lo sguardo dell’uomo che stupisce. Egli non osserva il tesoro e neppure l’ambiente della fatica quotidiana, i campi dove lavorano due contadini. Pare volgere lo sguardo fuori scena, pensando al suo passato o forse al futuro da costruire. L’artista raffigura al centro dei campi un campanile quasi a dire: per vivere in pienezza è fondamentale aver fede

Chi scopre il Regno dei cieli, chi cioè incontra Cristo, cambia radicalmente il suo vivere in meglio, lascia quanto ha perché ha trovato il tesoro, vende tutto per comperare la perla d’inestimabile valore. Quindi, dopo aver letto la parabola, il proverbio può diventare: «Chi trova il Cristo, trova un amico, trova un tesoro».


XVI domenica del tempo ordinario – 19/07/2020

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«Extra Ecclesiam nulla salus» (Al di fuori della Chiesa non v’è salvezza) è una frase latina, quasi certamente del vescovo di Cartagine Cipriano in una lettera a papa Stefano del 256. Perfino nel film «8½» del 1963, uno dei capolavori di Fellini, il cardinale (Tito Masini) nell’indimenticabile scena del bagno turco, la cita in risposta all’affermazione di Guido (Marcello Mastroianni) – «Eminenza, io non sono felice» – attribuendola ad Origene.

Con il Concilio Vaticano II e le successive encicliche è stata superata l’affermazione della centralità della Chiesa, riconoscendo l’importanza delle altre religioni, restituendo al detto latino «il suo senso originale: esortare alla fedeltà i membri della Chiesa. Questa frase, non è più in contraddizione con la chiamata di tutti gli uomini alla salvezza» (Commissione Teologica Internazionale, n. 30, 1997). È come dire che da sempre nel mondo e nella chiesa il «grano» cresce insieme alla «zizzania» e la «zizzania» insieme al «grano», e il bene cresce sullo stesso terreno della natura umana.

Nel brano odierno del Vangelo (Matteo 13,24-43), Gesù, dopo aver pronunciato la parabola all’aperto, davanti a tanta gente, saluta e si porta nella casa di Pietro. Qui i discepoli chiedono spiegazioni che noi possiamo ampliare così: «Se il mondo e il cuore degli umani sono stati creati da Dio per il bene, da dove viene il male? Perché c’è sempre stato il male e forse sempre ci sarà?».

Preso atto che il mito dei «puri», presente in ogni epoca quanto meno come tentazione, è tipico, da una parte, delle sette e, all’opposto, di quanti, per paura, scelgono di non fare nulla, Gesù risponde: «Lasciate che la zizzania e il grano crescano insieme fino alla mietitura» (v. 30). Cioè, in ogni uomo e in ogni donna, credente o non credente, nella Chiesa e in ogni realtà, il grano e la zizzania ci saranno fino alla fine.

Rileggiamo l’insegnamento evangelico nell’opera che il pittore olandese, Abraham Bloemaert, realizza nel 1624. In secondo piano il diavolo, riconoscibile dalle corna e dalla coda, sta spargendo i semi di zizzania in un campo già seminato. L’artista mostra in primo piano gli effetti di questa semina: le persone non vigilano dall’inizio (Adamo ed Eva, nudi) e per sempre (i dormienti). Di conseguenza crescono le erbacce, le ceste sono senza cibo e per tutti il futuro è solo morte eterna (ai piedi di Adamo, il caprone lo ricorda).

Bloemaert che fu un cattolico praticante, suggerisce anche a noi due elementi per contrastare e vincere il male: l’intelligenza, rappresentata dal cavallo che sta pascolando (sulla destra) e la Grazia che è data attraverso la Chiesa simbolicamente raffigurata dalla piccionaia (a sinistra). Il meraviglioso pavone appollaiato sul muro diroccato (a sinistra), in quanto simbolo della risurrezione dei corpi, è garanzia di vita piena ed eterna per chi vive con intelligenza e nella Grazia.


XV domenica del tempo ordinario – 12/07/2020

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Gesù sceglie un pulpito insolito: una barca. Seduto, come fa di solito un maestro, racconta sette parabole alla gente che lo ascolta sulla riva, iniziando da quella del «seminatore». La parabola, una specie di paragone in forma di racconto, è uno dei mezzi impiegati da Gesù per presentare il suo insegnamento.

Immergiamoci nella lettura del Vangelo di oggi (Matteo 13,1-23). Pare che, diversamente da noi, nel terreno palestinese si iniziasse a seminare e, solo dopo, ad arare; inevitabile così che parte del seme finisse tra le pietre o sul sentiero oppure tra i cespugli.

Nel brano evangelico, il risultato della semina operata dal contadino che, definito con l’articolo determinativo (il seminatore), non può che essere Gesù, è legato a due fattori determinanti: la libertà di ogni cuore che non accoglie o perché indurito o perché troppo pieno d’altro, o che accoglie superficialmente e la forza del seme abbondante – Gesù stesso e la sua parola – che alla fine dà un risultato superiore ad ogni attesa.

Ora «rileggiamo» la parabola nel quadro «Il seminatore al tramonto» realizzato da Van Gogh in Provenza, nel 1888, dopo otto anni di studio sull’omonima opera di Jean-François Millet. Così Vincent scrive al fratello Theo: «Ho avuto una settimana di lavoro intenso e senza fiato nei campi di grano in pieno sole. Ne sono risultati degli studi di grano, dei paesaggi e lo schizzo di un seminatore. Su un campo arato c’è una lunga striscia di zolle di terra viola e sull’orizzonte si staglia un seminatore bianco e azzurro. Nella linea dell’orizzonte del campo, grano maturo corto. Su tutto ciò, cielo giallo con sole giallo. Dalla semplice nomenclatura di queste tonalità, puoi vedere che il colore ha una parte molto importante in questa composizione» (Lettera 501). Il pittore olandese raffigura nel punto focale il sole che, in un giallo infuocato e quasi sfolgorante, fa rifiorire la natura, sullo sfondo di una messe che biondeggia. Meravigliosa la genialità dell’artista: la semina e la mietitura del grano sono contemporanee. Dio infatti, non smette di spargere semente, incurante che gabbiani e corvi ne mangino.

Papa Francesco frequentemente invita a: «Seminare pace intorno a noi: questo è santità» (Gaudete et exultate, 89); «Anche questa è misericordia: seminare bellezza e allegria in un mondo a volte cupo e triste» (16.6.2016); «Semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza» (31.5.2017).

Saverio Ghilardi – il ventiseienne di Romano di Lombardia morto sabato 27 giugno a Edolo, presso i Corni di Premassone, tradito da una delle amate vette – cinque giorni prima, durante una gita in bicicletta con i genitori e il fratello più grande, uscì con una frase molto stimolante anche per noi: «Una vita trascorsa da spettatori, puzza! Sta a noi farla profumare».


XIV domenica del tempo ordinario – 05/07/2020

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Molti di noi custodiscono nel cuore la semplicità del modo di vivere di genitori e nonni, di alcune persone, che con profonda fiducia in Dio, da noi, a volte, guardata con sufficienza, sapevano ricondurre tutto – gioie e fatiche, soddisfazioni e contrarietà, progetti e insuccessi – alla «Provvidenza» riconosciuta in ogni persona, nel creato, nelle stagioni, nel suono delle campane. Uomini e donne che ci sono di esempio nello scoprire e gustare i piccoli grandi miracoli quotidiani della vita e nel mantenere la curiosità di stupirci e di conoscere.

Penso a loro mentre rileggo il brano del Vangelo (Matteo 11,25-30) specialmente nella prima parte quando Gesù benedice il Padre in un momento difficile perché le città della Galilea hanno rifiutato l’opera da Lui compiuta. «Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e ai dotti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così hai deciso nella tua benevolenza» (v. 25-26). I «piccoli» sono i semplici, elogiati dal Maestro («Beati i poveri in spirito»), i fanciulli nella mente e nel cuore che si affidano al Signore e ai quali, diversamente da chi vuol fare da sé, Egli ri-vela il Padre che nel Figlio manifesta il suo eterno amore per noi.

Marcello Mondazzi riscrive l’affermazione di Gesù in una tavola (matita e tecnica mista su carta e plexiglas), riprodotta e posta nel «Lezionario per le celebrazioni dei Santi» tra le pp. 528-529. È il racconto di un mondo dove, in un gioco di ombre tra le immagini che si sovrappongono creando trasparenze leggere, sono rappresentati un pastore adulto a figura piena e scura su fondo chiaro e, in primo piano, un ragazzo che sorride. L’uno e l’altro attorniati da pecore, ne portano una sulle proprie spalle. L’artista abruzzese allude al Natale in cui Dio stesso, nascendo in una stalla, si è fatto piccolo bambino, visitato e riconosciuto innanzitutto dai pastori. Nel contempo accenna all’antica immagine di Cristo, buon pastore, pronto a lasciare il gregge per ritrovare la pecorella smarrita.

Teresa di Lisieux, carmelitana, morta nel 1897 a soli 24 anni, segnò la spiritualità del ‘900 con la sua «piccola via» alla santità. «Vorrei anch’io trovare un ascensore per salire la dura scala della perfezione. Allora ho cercato nei libri dei santi l’indicazione dell’ascensore, oggetto del mio desiderio, e ho letto queste parole: “Se qualcuno è piccolissimo, venga a me. Come una madre carezza il suo bimbo, io vi consolerò, vi poserò sul mio cuore e vi terrò sulle mie ginocchia”. Mai parole più tenere, più armoniose hanno allietato l’anima mia: l’ascensore che deve innalzarmi fino al cielo sono le vostre braccia, Gesù! Per questo non ho bisogno di crescere, al contrario bisogna che resti piccola, che lo divenga sempre più».


XIII domenica del tempo ordinario – 28/06/2020

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Cireneo: «Chi, spontaneamente o costretto, si addossa una fatica o una pena che toccherebbe ad altri o sopporta comunque il peso di colpe non sue: fare il cireneo» (Treccani, Vocabolario on line). Cireneo è il nome con cui è indicato Simone da Cirene che, secondo i Vangeli, fu costretto dai soldati che scortavano Gesù al Golgota, a portarne la croce.

Nel Vangelo di oggi (Matteo 10,37-42), ascoltiamo la conclusione del discorso missionario che Gesù ha rivolto ai discepoli rimarcando due note indispensabili nella vita di chi lo vuol seguire: sia Lui al centro del cuore e del vivere, e il contenuto dell’annuncio. Le parole di Gesù «chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (v. 38), non sono un invito a soffrire perché è l’amore il nucleo della bella notizia portataci dal Figlio di Dio, una vita donata nell’amore, ogni giorno, fino alla morte.

Il Cireneo è un esempio di sequela di Gesù. Egli, senza volerlo e saperlo, si ritrova accanto a Lui per aiutarlo a portare la Croce. A volte, noi pure incappiamo in situazioni difficili che non comprendiamo e per di più non abbiamo cercato. Eppure, se questo accade a credenti e no, esse chiedono ai cristiani d’essere «portate» come una croce, d’essere cioè vissute con lo stesso amore di Dio che offre la vita per gli altri: dalla croce alla vita piena, da risorti.

Nel quadro «Simone di Cirene», realizzato dall’artista e sacerdote tedesco Sieger Köder come parte di un ciclo sulla passione di Gesù, i due sono rappresentati mentre si sostengono l’un l’altro, in un unico corpo, avvinghiati spalla a spalla, uniti guancia a guancia, sotto un pesante legno che portano insieme. Anche Simone, che si è trovato dalla parte di Gesù sulla salita al Calvario, ci guarda con la stessa espressione del Condannato e cerca aiuto e conforto. L’artista, scomparso recentemente, differenzia chi tra poco sarà crocifisso dal compagno di strada: quello, con la veste di colore rosso sangue, è pallido nel viso e nelle mani più sottili, mentre questo, nel colore del volto e nelle dimensione delle mani, mostra «che veniva dalla campagna» (Marco 15,21).

Ogni croce è meno pesante se la si porta insieme e il cristiano sa che, con lui c’è sempre Chi per primo ha preso sulle spalle le croci di tutti.

Facciamo nostro l’intento del detenuto che così concludeva la sua riflessione nella quinta stazione della Via Crucis, presieduta dal Papa sul sagrato di S. Pietro, il venerdì santo scorso: «Sogno di diventare un cireneo della gioia per qualcuno. Anche noi, come il Cireneo, vogliamo farci prossimi dei nostri fratelli e delle nostre sorelle e collaborare con la misericordia del Padre ad alleviare il giogo del male che li opprime».


XII domenica del tempo ordinario – 21/06/2020

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Chi non ricorda l’esortazione di Giovanni Paolo II in apertura del pontificato: «Non abbiate paura! Spalancate le porte a Cristo!»?
Frequentemente nella Bibbia compare l’esortazione «Non temere», con cui Dio garantisce la presenza al suo popolo e a chi si affida a Lui. Così Mosè in uno degli ultimi atti: «Siate forti, fatevi animo, non temete e non vi spaventate di loro [nazioni vicine], perché il Signore, tuo Dio, cammina con te; non ti lascerà e non ti abbandonerà» (Deuteronomio 31,6).

Nel Vangelo di questa domenica (Matteo 10,26-33), Gesù per tre volte ripete ai suoi discepoli: «Non abbiate paura» di chi è contrario all’annuncio, di chi uccide il corpo ma nulla può contro l’anima, perché voi valete molto. Dio non vuole la sofferenza e la morte. Chiede di aver fede e di affidarsi a Lui che condivide la storia di ogni persona, partecipa al suo vivere, la sostiene: «Abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!» (Giovanni 16,33).

Il grande pittore e artista francese Jean-Marie Pirot, conosciuto come Arcabas, morto a 91 anni nel 2018, trovava nella Bibbia la fonte principale d’ispirazione. La sua opera più importante è il monumentale ciclo di decorazioni realizzato dal 1953 al 1986 nella chiesa de Saint-Hugues de Chartreuse, dove egli ha raccolto gran parte delle opere, dal 1984 diventata Museo Dipartimentale d’Arte Sacra. Grazie all’amicizia con il fondatore e responsabile della Comunità Nazareth, l’artista negli anni 1993-1994 ha creato un fantastico percorso artistico sul racconto evangelico dei pellegrini di Emmaus nella chiesa della Risurrezione a Torre de’ Roveri (Bergamo) e, nel 2002, nella Cappella della Riconciliazione di Costa Serina (Bergamo), insieme alle vetrate, ha realizzato su tela un maestoso dipinto sulla parabola del Padre misericordioso.

Il tema biblico «Nolite timere» attraversa tutta la poetica di Arcabas e, forse, ne è la sintesi. L’aveva affrescato sin dall’inizio all’ingresso della sua casa di Grenoble, «come se – aveva dichiarato – volessi dire alla gente, entra, sii libera!». Lo ha ripreso più volte nelle sue indimenticabili opere, presenti nel mondo, giustificandolo, secondo il Vangelo, in questo modo: «La frase [Nolite timere] e gli angeli che la dicono, sono esistiti nella mia casa per più di 40 anni».

È un pro-memoria anche per noi, profondamente feriti negli ultimi tre mesi, angustiati dal presente, preoccupati dal futuro. «Nolite timere, non abbiate paura», sembra dire a chi l’ammira, il messaggero celeste che il maestro dell’arte sacra del Novecento ha ricavato da un ritratto della figlia di dieci anni. Leggero come le sue ali dipinte in piccoli cerchi di rame, l’angelo accoglie i visitatori di Saint-Hugues guardandoli negli occhi e traducendo nella serenità del suo volto, quanto sta in maiuscolo sul cartello.
Con gratitudine, riconosciamo che ad Arcabas, «Dio – come egli diceva dei colleghi – certamente ha concesso il suo sorriso e la sua tenerezza».


Solennità del Sacro Cuore di Gesù – 19/06/2020

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La devozione della Chiesa cattolica al Sacro Cuore di Gesù si inizia ufficialmente nel 1600 in seguito a rivelazioni ad alcuni santi tra i quali i più noti sono i francesi Giovanni Eudes e Margherita Maria Alacoque. Questa giovane monaca nel 1673 svela un’apparizione: il Sacro Cuore di Gesù attorniato da fiamme e «da una corona di spine e sormontato da una croce». Poco dopo, con una matita, ne traccia un disegno. Il pittore Pompeo Batoni, seguendo la descrizione della monaca, nel 1760 realizzò su rame una rappresentazione che fu posta in una cappella della Chiesa del Gesù a Roma e che, d’allora, divenne l’immagine ufficiale per la devozione popolare al Sacro Cuore di Gesù.

La naturalezza della raffigurazione sorprese anche Lucio Fontana, il multiforme e rivoluzionario artista del novecento italiano. A lui, il gesuita padre Arcangelo Favaro, fondatore nel 1951 a Milano del centro culturale S. Fedele, commissionò la grande pala in ceramica smaltata e invetriata del «Sacro Cuore di Gesù», che dal 1956 si trova all’altare della Cappella Guastalla, la seconda a destra, della chiesa dei Gesuiti dedicata a S. Fedele.

Il grande artista argentino di origine italiana realizzò, sul tema molto caro alla spiritualità della Compagnia di Gesù, l’imponente opera, composta da ventotto formelle, seguendo l’iconografia tradizionale iniziatasi con gli scritti di S. Margherita e diffusa dal direttore spirituale, il gesuita francese Claude de la Colombière. Nella ceramica, accesa genialmente da Fontana, il Cristo nella sua sfolgorante solennità, traduce l’irrompere di Dio nella storia umana. È una presenza a cui siamo invitati per accogliere in dono l’amore divino simboleggiato, al centro, dal cuore rosso sangue che offre a tutti vita piena e abbondante, figurata dai raggi dorati che vanno in ogni direzione. In basso, a sinistra, la santa, a braccia aperte e in ginocchio, aiuta a contemplare la meravigliosa rivelazione, indirizzando anche il nostro sguardo, stupito, verso il Cuore. Nell’angolo, in alto, a destra, l’artista riproduce la facciata della chiesa milanese dei seguaci di S. Ignazio di Loyola.

Lucio Fontana ritornò sullo stesso tema nel 1958, realizzando per la chiesa del Centro studi dei Gesuiti di Villa Baragalla a Reggio Emilia, una grandiosa opera in ventisette formelle che dal 2012 si trova nella nuova Chiesa del Sacro Cuore della stessa città.

In un passaggio del Vangelo odierno (Matteo 11,25-30), Gesù chiede ai discepoli e a noi: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (v. 29). Perciò la tradizione della Chiesa invita a recitare nel mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore, una breve preghiera, recitata da Papa Francesco all’Angelus di domenica 7 giugno, dopo aver confessato di averla imparata dalla nonna piemontese: «Gesù, mite e umile di cuore, fa’ il cuore mio simile al tuo».


Solennità del Corpus Domini – 14/06/2020

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Una delle composizioni sacre più celebri, l’«Ave verum corpus», è nata dal genio creativo di Mozart per il Corpus Domini del 1791 quando, a metà giugno, visita la moglie presente per cure a Baden, paese vicino a Vienna. Sollecitato dal direttore del coro parrocchiale, tra il 17 e 18 del mese compone il mottetto, eseguito in chiesa dalla stessa corale il 23 successivo, nella celebrazione del Corpus Domini, il giovedì seguente la domenica della Trinità.

La preghiera «Ave verum Corpus», dal 1300 recitata come devozione privata all’elevazione dell’ostia nella Messa, è un testo eucaristico in cui alla triplice professione della reale presenza del Corpo del Signore («nato da Maria, immolato sulla croce, trafitto nel costato»), segue la preghiera: «Sii per noi un pegno nel momento della morte». Nel 1500 il testo è arricchito da un’aria gregoriana che risulta dolce e meditativa perché composta nel sesto schema melodico gregoriano.

Nel 1264 papa Urbano IV, da Orvieto estese alla Chiesa universale la solennità che, grazie alle visioni della mistica Giuliana di Cornillon, dal 1246 si celebrava nella diocesi di Liegi. La solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo – Corpus Domini – ha una data fissa nel giovedì dopo la Trinità o direttamente la domenica successiva, come in Italia e altri Paesi.

L’opera di Filippo Rossi, realizzata in acrilico e foglia d’oro su carta, (Lezionario Messe ad Diversa e Votive, tra le pp. 846-847), riscrive il Vangelo secondo Giovanni (6,51-58) proclamato nella celebrazione eucaristica odierna. «Voglio la croce al contempo ben visibile ma non invasiva, riconoscibile ma non subito; quello che cerco nei miei lavori è una richiesta di sosta davanti all’immagine, così che l’opera, all’inizio affascinante per colori e composizione, acquisti anche “senso” ad una più profonda lettura». Rossi così sintetizza quanto ritiene centrale nelle sue opere e come ci si deve avvicinare ad esse. Nell’oro che si fa croce – segno cristiano, perno e sostegno di tutto, presente nell’intera produzione dell’artista – la luce preziosa illumina e apre sempre al giorno qualsiasi notte. Dio, fattosi uomo in Gesù, ci avvicina alla sintesi del supremo dono d’amore che si fa quotidiano cibo nel mistero eucaristico. La superficie che sostiene ed è penetrata dalla croce gloriosa, evidenzia un segno pittorico steso con linguaggio allusivo a uno spazio che donne e uomini, viandanti sulle strade della vita, in ogni tempo possono letteralmente in-crociare.

Ascoltiamo il brano di Mozart e imitiamo S. Francesco che per seguire Cristo crocifisso si nutriva alla Messa dove riceveva la santa Comunione: «Il Signore – leggiamo nel Testamento del 1226 – mi dette tanta fede nelle chiese, che così semplicemente pregavo e dicevo: Ti adoriamo, Signore Gesù, in tutte le tue chiese che sono nel mondo intero e ti benediciamo, poiché con la tua santa croce hai redento il mondo».


Solennità della Santissima Trinità – 07/06/2020

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«Ogni volta che l’orario mi permette una piccola sosta nella stazione di Firenze, non manco di entrare nella vicina basilica di S. Maria Novella. E corro subito, sulla sinistra, a inginocchiarmi davanti a un singolare affresco intitolato “Trinità”». Così iniziava l’articolo apparso sul settimanale diocesano il 7 marzo 1993, scritto dal grande vescovo di Molfetta, Tonino Bello, morto di tumore il 20 aprile successivo.

Realizzato (1426-1427) da Tommaso Guidi, detto Masaccio, l’affresco raffigura il tema trinitario nell’iconografia del «Trono di grazia» secondo il testo della lettera agli Ebrei: «Accostiamoci con piena fiducia al trono della grazia per ricevere misericordia e trovare grazia» (4,16), immaginato all’interno di una cappella rappresentata in prospettiva. Le tre persone della Trinità – il Padre, il Figlio, lo Spirito – sono poste sullo stesso asse verticale, sovrapponendosi una sull’altra, quasi ad evidenziare l’identità di sostanza pur nella differenza delle persone.

Nella parte superiore della composizione, Dio Padre, rappresentato come l’«Antico di giorni» (Daniele 7,9), a piedi nudi, non seduto – variante al «Trono di grazia» – sorregge e mostra Gesù Cristo morto in croce a conferma che lo stesso Figlio di Dio ha condiviso la nostra condizione mortale. Fra i volti del Padre e di Gesù, è posto lo Spirito Santo, simboleggiato da una bianca colomba. Masaccio dipinge la vita che dall’eternità di Dio uno e trino scende, in e per Cristo, nella storia dei santi – Maria, la madre di Gesù e Giovanni evangelista – e nella storia delle persone – i donatori, ritratti con gli abiti del tempo. Ogni storia umana infatti è raggiunta dal mistero trinitario.

Maria ci guarda e invita a meditare su quanto ammiriamo, aiutandoci a comprendere che Dio, anche se resta sempre l’Inafferrabile alla comprensione della mente, ha lasciato tracce indelebili nella storia soprattutto facendosi uomo. La Bibbia più che cercare una definizione di Dio, narra le grandi opere che Egli ha compiuto e continua a compiere sin dall’inizio per amore, come afferma il Vangelo odierno (Giovanni 3,16-18).

Alla Trinità si deve giungere con l’adorazione, in silenzio, come suggeriscono i Padri della Chiesa, e con la preghiera contemplante come stanno facendo i coniugi, che l’artista ha dipinto in ginocchio.

Ci viene in soccorso don Tonino, quando alla fine del suo articolo, così prega:

«Grazie, Trinità Santissima, per questo messaggio di luce, di speranza e di coraggio che ci trasmetti dalle croste di quelle pareti. Io non so se tornerò più a Firenze, a contemplarti in questo mistero del Tuo “con-soffrire” con gli uomini. Una cosa è certa: che continuerò a lottare, perché so che alle spalle ci sei Tu e che, quando per me incomberanno le ombre della notte, forse grazie anche all’affresco del Masaccio, mi addormenterò tranquillo tra le Tue braccia».


Solennità di Pentecoste – 31/05/2020

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Farà bene rileggere il brano evangelico della solennità di Pentecoste (Giovanni 20,19-23), già considerato nella terza domenica di Pasqua. Qui si narra una «Prima» discesa dello Spirito che non avviene, come dice la parola Pentecoste, cinquanta giorni dopo Pasqua, ma la sera di Pasqua. Gesù, morto e risorto, dona ai suoi, chiusi nel Cenacolo, la pace e lo Spirito per il perdono dei peccati, attraverso il «soffio», come avvenne nella creazione raccontata nel libro della Genesi (2,7).

L’opera riprodotta (in Lezionario domenicale e festivo, anno A, tra le pp. 296-297) realizzata da Stefano Di Stasio, è la scrittura in immagine del testo degli Atti degli Apostoli (2,1-11) proclamato oggi. Si vedono gli effetti del fragore che «venne all’improvviso dal cielo» e del «vento che si abbatte impetuoso» (v. 2) su quanti erano riuniti: movimento e sorpresa per alcuni, accoglienza mansueta per pochi, consapevolezza che il prodigio viene dall’alto per Maria e per altri. Su ognuno è sceso lo Spirito sotto forma di «lingue come di fuoco» (v. 3). Mentre uno guarda stupito alla forza del vento che penetra con veemenza dalla finestra fino a quasi strapparne la tenda, due discepoli, in secondo piano, stanno uscendo per iniziare la narrazione delle grandi opere di Dio in modo comprensibile a tutti. Lo Spirito del Cristo, allora come oggi, abilita uomini e donne a costruire comunità dove ci si capisce e a superare la Babele della confusione e dell’incomunicabilità, dell’incomprensione e dello scontro che, a volte, sembra avere il sopravvento pure nel nostro tempo. In Gerusalemme, a Pentecoste, grazie allo Spirito, nei discepoli scompare la paura, sgorga una nuova forza e, tra i numerosi convenuti da oltre quindici popoli, nascono unità e comprensione dove c’erano divisione ed estraneità.

L’artista regala una Pentecoste attuale che si realizza in chi è disponibile a cambiare in meglio, a fare comunione, ad essere artigiano di giustizia e di pace. Perciò gli abiti di Maria e degli apostoli sono contemporanei, come le sedie e il tavolo, come il condominio visibile attraverso la finestra, quasi una prosecuzione del Cenacolo nelle nostre strade.

Giovanni Paolo II, nella Pentecoste del 1986 firmava l’enciclica Dominun et vivificantem sullo Spirito Santo, dove tra l’altro scriveva: «Dio, comunicandosi nello Spirito Santo come dono all’uomo, trasforma il mondo umano dal di dentro, dall’interno dei cuori e delle coscienze. Su questa via il mondo, diventa – come insegna il Concilio – “sempre più umano, sempre più profondamente umano”» (n. 59).

Apriamo la vela del cuore al vento e alla fantasia dello Spirito ri-creatore che giunge dove vuole per seminare doni differenti, spalancare porte e finestre, superare chiusure e particolarismi, vincere monotonia e piattume, costruire comunione e luoghi d’amore.


Settima domenica di Pasqua – 24/05/2020

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L’ultimo saluto di Gesù ai suoi discepoli avviene su un monte. Lo scrive l’evangelista nel brano di Vangelo che si proclama nelle Messe dell’Ascensione del Signore (Matteo 28,16-20).

Il monte è il luogo che rappresenta l’incontro tra il cielo e la terra. Per questo tutti i popoli hanno almeno un monte sacro che simboleggia la salvezza e indica la vicinanza con Dio. Come l’ascendere si dice d’una scalata verso la vetta così la montagna è anche la figura del cammino verso Dio.

L’Ascensione che si celebra quaranta giorni dopo la Risurrezione, conclude la permanenza visibile di Gesù fra i discepoli, prelude alla Pentecoste e segna l’inizio della storia della Chiesa. La Chiesa infatti esiste proprio e solo per annunciare il Vangelo. Il vescovo di Cesarea, Eusebio (265-340), dà la prima testimonianza della festa dell’Ascensione che fino al 1977 in Italia è stata anche festa civile.

Gesù garantisce ai suoi e a noi che non si nasconde dietro le nubi o sparisce o va lontano oppure sarà assente ma promette che, grazie al ritorno dal Padre, Lui mediante il suo Spirito, è vivo in mezzo a noi in modo nuovo, più vicino che mai, presente ovunque e per sempre: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (v. 20). Da allora la terra non è più lontana dal cielo.

Una terra segnata e graffiata da striature scure quella narrata da Luigi Pagano nella sua particolare «Ascensione del Signore» (Lezionario domenicale e festivo, anno liturgico A, tra le pp. 276-277; tecnica mista su carta), a conferma delle situazioni in cui non di rado avvertiamo il peso delle realtà quotidiane che ci tiene ancorati in basso, intorpiditi dalla stanchezza, incerti nel dubbio.

A nostro conforto, appena sopra, tra la nube, leggiamo il ritorno al Padre del Figlio, non solo quale Dio ma – lo confermano i piedi piagati d’amore – quale uomo che ha dato la vita per tutti. È l’invito a guardare in cielo, a tenere i cuori in alto (sursum corda), «rivolti al Signore» e, allo stesso tempo, a camminare sull’unica strada per arrivarci e per vivere intensamente ogni giorno: amarci gli uni gli altri, portando così a tutti la bella notizia del Vangelo.

L’indimenticabile don Antonio Seghezzi, morto 75 anni or sono a Dachau (21.5.1945), così scriveva ai giovani nell’Ascensione del 1937 a commento dell’odierno vangelo: «Cielo sempre aperto. Il Padre e lo Spirito Santo continuano a discendere sulla terra e l’incontro col Figlio è il tema dominante nei discorsi di Gesù. Il Padre ha mostrato il suo volto e il cielo, da allora, è diventato una casa alla quale i cuori dei figliuoli pensano con inguaribile nostalgia. L’umanità sa finalmente che cosa è e dove cammina; sa che non è una carovana perpetuamente errante, ma che ha una casa e qualcuno che attende».


Sesta domenica di Pasqua – 17/05/2020

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Così dovrebbe sentirsi dire chi, proprio perché si affida a Cristo e vive secondo la sua parola, è «cristiano» o «cristiana». In effetti, anche nelle situazioni peggiori, san Giovanni rassicura: «Figlioli miei, se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto» (Prima lettera 2,1). Il Paràclito è «il chiamato accanto a qualcuno», un avvocato difensore, un assistente che aiuta e accompagna. Gesù, durante l’Ultima Cena, prega il Padre per i discepoli, prega per noi. Nel brano evangelico (Giovanni 14,15-21) di questa domenica, la VI di Pasqua, dichiara: «Pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità» (vv. 16-17). Gesù parla di «un altro Paràclito». Infatti, mentre continua a fare l’avvocato difensore dei discepoli, sostenendoli e consolandoli, egli annuncia che, dopo il ritorno al Padre, sarà lo Spirito a continuare tale servizio.

Nella parte dell’affresco sulla «Creazione del mondo», dipinto dai due fratelli moldavi Zugravul nel 1596, sotto un arco nella chiesa del monastero ortodosso di Sucevita (Romania), visitato con alcuni romanesi nel 2008, a sinistra e a destra si intravedono le mani dei due angeli che sostengono rispettivamente il sole e la luna.

Nell’immagine centrale, Dio Padre – riconoscibile per il nimbo a otto punte, attorno al capo – è circondato dalla cosiddetta «gloria», un riflesso a forma di mandorla. Secondo l’abitudine da secoli in uso negli ambienti bizantino e latino, Dio Padre è qui rappresentato con il volto di Gesù Cristo, colui che ce lo ha rivelato, come disse il Maestro all’apostolo Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (v. 9); come rispose ai Giudei: «Io e il Padre siamo una cosa sola» (10,30).

Il Padre che si identifica con il Figlio – come confermano le lettere IS CS («Gesù Cristo») poste sopra il capo – tiene nella sinistra il rotolo e benedice con la destra una grande colomba con la stessa aureola crociata del Padre e del Figlio, al centro della «gloria», con il medesimo nome «Gesù Cristo». I due scrittori-teologi Zugravul riscrivono in immagine, la promessa del Cristo: «il Padre vi darà un altro Paràclito» (v. 16) perché se già abita «presso di voi», poi sarà «con voi per sempre» fino a essere addirittura «in voi». Rappresentando il Paràclito nella forma corporea della colomba, i fratelli moldavi sin dalla Creazione fanno coincidere il Cristo con lo Spirito Santo e attualizzano l’impegno del Maestro ai suoi: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete» (vv. 18-19).

Quindi, da cristiani, grazie all’azione di questo Avvocato, continuiamo a seguire Gesù per crescere ogni giorno nell’amarci gli uni gli altri. Agostino, nel Dibattito con Felice Manicheo, del 397-398, aveva ben chiaro il compito dello Spirito: «Non si legge nel Vangelo che il Signore abbia detto: Vi manderò il Paràclito che vi insegnerà come vanno il sole e la luna. Voleva formare dei cristiani, non dei matematici».


Quinta domenica di Pasqua – 10/05/2020

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Viviamo in momenti difficili. Cresce in tutti la ricerca di sorgenti di senso, di fonti di speranza. L’essere umano è un pensatore per natura, osserva, si chiede, scruta, si fa domande e tenta di conoscere.

Nel brano di Vangelo di questa quinta domenica di Pasqua, San Giovanni (14,1-12) ci racconta di un altro episodio accaduto all’interno del Cenacolo, di sera, poco prima dell’arresto di Gesù. L’apostolo Filippo interviene nel dialogo tra il Maestro e Tommaso con una decisa richiesta: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta» (v. 8). Quanto ci assomigliano gli Apostoli! Si pongono domande, vogliono comprendere, cercano risposte. E Gesù, forse un poco scoraggiato, non si tira indietro: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”?» (v. 9).

William Xerra riscrive da artista questo momento della conversazione e sollecita il nostro sguardo a leggere la sua opera (collage e tecnica mista su cartoncino) posta nel Lezionario per le celebrazioni dei Santi tra le pp. 224-225.

Un rimando, una reinvenzione che rende attuale il messaggio sia della supplica dell’apostolo sia della risposta di Gesù. Il giovane al centro della tavola – Filippo o ognuno di noi – in un ritaglio di fotografia in bianco e nero, con la mano sinistra sostiene la testa, ci guarda e indaga pensieroso. Tutt’attorno, sopra e sotto, a larghe pennellate e in maiuscolo, si alternano, si ripetono, si sovrappongono, emergono le parole centrali della domanda e della risposta. La scelta di Xerra evidenzia così che la richiesta dell’apostolo è anche la nostra, di tanti, cristiani e non. Filippo non si accontenta di chi conosce da circa tre anni e rende esplicito il desiderio che ogni credente, presto o tardi, matura nel suo profondo: poter vedere il volto di Dio. Quante volte nei Salmi chi prega ha nel cuore questa infinita aspirazione: «Il tuo volto, Signore, io cerco. Non nascondermi il tuo volto» (26,9).

L’artista insiste nel ripresentare al nostro sguardo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre». Stanno qui, in effetti, il centro e il nocciolo della fede cristiana: un incontro da cui nasce una visione nuova della vita che è altra cosa dal limitarsi a dire: «Dio esiste». Analogamente è del tutto diverso sapere che esiste l’amore e non amare di fatto alcuna persona. Dio si è dato un volto umano, quello di Gesù. Perciò, se vogliamo conoscere davvero chi è Dio, facciamo esperienza del Cristo: contempliamo il suo volto e viviamo come lui di autentico amore.

Pure l’insigne poeta Giuseppe Ungaretti, ventottenne soldato di fanteria al Carso, confessa il tormento di ogni creatura umana nella lirica del 1916: «Chiuso / fra cose mortali / (anche il cielo / stellato finirà) / Perché bramo Dio?». Successivamente, nella poesia «Mio fiume anche tu» scritta nel 1944, mentre Roma era occupata, arriverà a dare un volto al Dio ardentemente desiderato, invocandolo come: «Cristo, pensoso palpito, / Astro incarnato nell’umane tenebre, / Fratello che t’immoli / Perennemente per riedificare / Umanamente l’uomo».


Quarta domenica di Pasqua – 03/05/2020

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Il pastore ha un carattere simbolico religioso presso tutti i nomadi, così anche in Israele. Nell’arte mesopotamica e greca in riferimento al culto sacrificale compare la figura del pastore che porta sulle spalle un agnello. Tale motivo iconografico era il più frequente nell’arte del cristianesimo delle origini perché traduceva il «Buon Pastore» narrato dal Vangelo secondo Giovanni (10,1 ss.) e secondo Luca (15,1 ss.) e per i cristiani aveva un valore pari a quello dell’immagine del Crocifisso, rappresentata a partire dal IV secolo. Nel brano di Giovanni, dopo essersi presentato come la porta dell’ovile, Gesù afferma per due volte: «Io sono il pastore buono e bello» (kalós, nell’originale in greco), riassumendo in sé la memoria dei pastori donati da Dio al suo popolo (Mosè, Davide, i profeti), ma anche l’immagine di Dio stesso, pregato e onorato come il «Pastore di Israele» (Salmo 80,2).

Il fiorentino Sandro Chia, ha «scritto» un originale «Buon Pastore» per la IV domenica di Pasqua (Lezionario domenicale e festivo, anno liturgico B, tra le pp. 204-205; acquarello, matite colorate e tecnica mista su carta) che ha così commentato: «Ho voluto realizzare un Buon pastore lontano dalla solita iconografia, colto nel preciso istante in cui sta meditando di lasciare il gregge per andare a cercare la pecorella smarrita».

L’artista ci presenta il Cristo, giovane e senza barba come fu raccontato fino al VI secolo, seduto, con accanto la pecora che è appena stata ritrovata. Il pastore tiene in evidenza il bastone, reso in un intenso e largo segno nero, per esprimere l’indispensabile funzione di guidare le pecore ai pascoli e di difenderle dai rischi del «ladro» e del «brigante» (Giovanni 10,1).

Chia sembra prendere ispirazione da una strofa del «Dies iræ», la Sequenza liturgica, composta verso la fine del XII secolo. Il poeta, con gratitudine si rivolge a Dio che, spinto dall’amore, si mette alla ricerca di ogni uomo e ogni donna: «Venendo in cerca di me, ti sei fermato, stanco (Quærens me, sedisti lassus), mi hai redento con il supplizio della Croce» e, a nome di tutti, implora: «Non sia vana una fatica così grande!».

La pecora fissa il suo pastore, pende dai suoi occhi e dalle sue labbra, sente il calore della sua presenza e sta immobile, in riconoscente contemplazione perché è al sicuro. Nella tavola dal tratto essenziale, il pittore ci restituisce il modo di agire del pastore: ha un rapporto strettamente personale («egli chiama ciascuna per nome», v. 3), dialoga confidenzialmente con ognuna («conoscono la sua voce», v. 4) e, proprio per questo, «le pecore lo seguono» (idem). È come dire che il rapporto personale ha sempre priorità anche nel servizio pastorale.

La conclusione del brano è la folgorante sintesi del perché questo pastore è per tutti: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza» (v. 10). Scrive Papa Francesco per questa domenica: «Coraggio, non abbiate paura! Gesù è accanto a noi e, se lo riconosciamo come unico Signore della nostra vita, Egli ci tende la mano e ci afferra per salvarci».


Terza domenica di Pasqua – 26/04/2020

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Con il testo scritto e dipinto, le tavole del «Lezionario» rimandano all’interazione tra immagini e parole che caratterizza la tradizione europea, a cominciare dai manoscritti miniati d’uso liturgico. Un esempio straordinario è l’«Exsultet» il cui nome deriva dalla prima parola del canto liturgico che, dal secolo 7°, in ogni chiesa cattolica, nella Veglia pasquale, proclama la vittoria della luce sulle tenebre, simboleggiata dal cero pasquale acceso. Il manoscritto «Exsultet», a forma di rotolo, lungo alcuni metri, era tenuto tra le mani dal diacono che, mentre vi leggeva cantando dall’ambone l’annunzio della risurrezione di Cristo, lo svolgeva cosicché i fedeli sottostanti, gioivano ascoltandolo e guardando le immagini e i colori.

La parola evangelica di Luca 24,13-35 è stata «scritta» nel 2007, in acrilico su carta, dall’artista Stefano Di Stasio ed è posta nel Lezionario domenicale e festivo, anno B, tra le pp. 152-153. L’invenzione creativa ci fa sentire dentro l’avvenimento: chi di noi almeno un giorno non si è ritrovato, come Cleopa e il suo amico, sulla strada di Emmaus con nel cuore delusioni e interrogativi?

I due discepoli vestiti con la nostra quotidianità, stanno tornando a casa profondamente scoraggiati perché non è accaduto nulla di quanto si aspettavano. Sono raffigurati disorientati, insieme a un terzo viandante – al centro, barba e capelli abbondanti, lungo cappotto rosso – che accompagna con il muoversi delle mani la conversazione in corso. Da Gerusalemme a Emmaus, per undici chilometri i discepoli camminano con passo triste, su una via che ricorda tutte le strade del mondo, facendo domande, narrando insoddisfatte aspirazioni, rivelando progetti e sogni svaniti. Di Stasio ci porta così a non dimenticare che la Bibbia si fa sempre quotidiana. Sono io, siamo noi che camminiamo su questa strada e, se vogliamo, il Viandante sconosciuto si affianca nel nostro procedere e per prima cosa ci ascolta. L’artista insiste nel farci memoria che il fatto raccontato dall’evangelista accade qui, dove scorre l’orologio della storia, tra le nostre case pure loro intristite e dalle finestre chiuse, dipinte in una figurazione visionaria che richiama De Chirico, incontrato dal «nostro» all’età di circa dodici anni. La creatività del pittore di origine napoletana, pone alle spalle dei tre camminatori una sorprendente e vivace fonte di luce che viene da Gerusalemme dove il Cristo sì è morto ma è anche risorto. È un chiarore che tutto illumina fino a tracciare dei tre, ombre lunghe perché tra poco è sera.

Nel seguito del brano evangelico lo sconosciuto che, con pazienza ha condotto i due a rileggere e a comprendere alla luce delle Scritture gli eventi vissuti, accetta l’invito insistente: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto» (v. 29). Si ferma e sta nella loro notte. Solo quando egli «spezza il pane» i due lo riconoscono, ma lui scompare.

Restituiti alla vita, i due riprendono la strada in direzione opposta per ritornare dagli altri discepoli. «La stella del mattino che non conosce tramonto, Cristo risuscitato dai morti fa risplendere sul genere umano la sua luce serena», cantano gli ultimi versetti dell’«Exsultet». C’è per tutti e sempre, un nuovo inizio.


Seconda domenica di Pasqua – 19/04/2020

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Nel «Lezionario» – il libro per l’annuncio della Parola nella celebrazione della Messa – sono contenute le letture dell’Antico e del Nuovo Testamento. Di fianco al testo biblico, la tradizione della Chiesa ha sempre posto immagini «narranti», con la scrittura artistica, il significato dei passi che sono proclamati. Scopo del «Lezionario» è dunque proclamare la parola di Dio mostrandola.

Dal 2007 al 2009 la Chiesa italiana ha predisposto un «Lezionario», in nove volumi, per i vari tempi dell’anno liturgico, con 211 tavole create da 88 pittori che, di volta in volta, «riscrivono artisticamente» il brano annunciato nella celebrazione, realizzando così una particolare pinacoteca d’arte sacra contemporanea.

Nell’immagine di Velasco Vitali – pastello e acquarello su carta in «Lezionario domenicale e festivo, Anno A», tra pp. 252 e 253 – leggiamo il brano del Vangelo di Giovanni (20,19-31) proclamato nella II domenica di Pasqua che parla de «Il Risorto e l’apostolo Tommaso».

Nel Cenacolo, a porte chiuse, la sera del «primo giorno della settimana» (v. 19), in assenza di Tommaso, il Risorto appare agli apostoli, mostra loro i segni della passione e dona la pace e lo Spirito. Al racconto di ciò che è avvenuto, l’apostolo, un uomo tutto d’un pezzo, reagisce dicendo: «Se non vedo… io non credo» (v. 25). Il Signore comprende tutto questo e otto giorni dopo la Pasqua, si presenta in casa, agli undici e invita Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!» (v. 27).

Vitali dà forma con grande efficacia al testo evangelico dividendo in due il racconto. Nella parte superiore della tavola, colorata di leggerezza, a destra si legge il Risorto, in un movimento proprio di chi è vivente e nella sottostante, al centro, compare un grande occhio aperto, in cerca di luce che sta per essere sfiorato da un dito. Infatti si tratta dell’indice di una mano destra che viene dall’alto, disegnata dall’artista con una sottile linea di pastello dello stesso azzurro del manto del Cristo risorto. È evidente il richiamo biblico. L’espressione «dito di Dio» nell’Antico Testamento indica la cura attenta, premurosa, particolare di Dio verso le creature da lui plasmate e nel Nuovo Testamento è applicata a Gesù che dona salvezza.

Con la mano Gesù guarisce Tommaso, che non vede perché non crede, ridà la vista a ogni cieco e afferma: «Beati coloro che credono senza vedere» (v. 29). Il Risorto chiama beati, felici, realizzati pure coloro che fanno fatica a credere, chi ricomincia, chi cerca a tentoni, appunto chi non vede, come l’apostolo.

Lasciarsi guarire, ascoltare la parola che ricrea e che narra la convivenza di Dio con la storia e con le nostre storie, può diventare per ognuno una memoria incantata, in una ripresa di vita, come lo fu per Tommaso.

Perché – recita un frammento mirabile di una poesia di Pierluigi Cappello – «la luce, se nasce fa schiudere muri».


Santa Pasqua – 12/04/2020

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Il contatto vero con un’opera d’arte è sempre qualcosa di segreto, nasce e vive di una relazione misteriosa e va molto oltre le eventuali spiegazioni o i possibili commenti. Nella «Maddalena» di Giovanni Savoldo leggo un’indimenticabile pagina della storia e della nostra vita «scritta nei colori», come dichiarò il Concilio Costantinopolitano IV nell’870, a conferma della condanna dell’iconoclastia dichiarata al Niceno (787): «quanto il discorso dice in sillabe, “la scrittura in colori” lo annuncia e lo rende presente».

L’episodio raffigura l’inizio del brano del Vangelo secondo Giovanni (20,1-9) che è proclamato nelle chiese cattoliche del mondo, nella domenica di Pasqua. Maria di Magdala, identificabile dal vasetto degli unguenti e dal vestito rosso sotto il mantello grigio, in cui è avvolta, si reca alla tomba di Gesù, «di mattino, quando era ancora buio» (v. 1). Ha seguito il Maestro fin sotto la croce, fin dentro lo scandalo del sepolcro e ne porta i segni. Con gli occhi cerchiati per il pianto, in un volto non giovanissimo, guarda a noi partecipi o spettatori. Un improvviso bagliore inizia ad illuminare il viso della Maddalena e a ravvivarle il mantello di seta cangiante, dai riflessi argentei. Nella tela, oggi alla National Gallery di Londra, realizzata tra il 1535 e il 1540, il pittore bresciano fissa la reazione della donna mentre volge il capo verso Gesù che l’ha appena chiamata per nome e che prima ha confuso con il giardiniere.

In basso a sinistra ella abbandona l’ampolla arrotondata, su di una base quadrata, davanti a un’apertura sul cui spigolo cresce una piantina verde e corre in città, ancora immersa nel sonno. Agli impauriti e dubbiosi apostoli riuscirà ad annunciare: «Ho visto il Signore» (v. 18) confermandosi la prima testimone, l’«apostola» della Risurrezione di Cristo. All’orizzonte sta sorgendo il sole, la stella del mattino che gradualmente dà vita e colore ad ogni realtà. Ogni notte muore nell’aurora che giunge sempre e per tutti, credenti e non credenti. Se la debolezza e la fragilità rischiano di farci vivere al buio, la speranza che ha nel Risorto radice e senso, ci garantisce il «già» e ci apre alla pienezza che nel presente non riusciamo a cogliere.

Ci scambiamo gli auguri traducendo in concreto quanto scrisse p. Turoldo nella sua «Per il mattino di Pasqua».

Io vorrei donare una cosa al Signore, / ma non so che cosa. / Andrò in giro per le strade / zuffolando, così, / fino a che gli altri dicano: è pazzo! / E mi fermerò soprattutto coi bambini / a giocare in periferia, / e poi lascerò un fiore / ad ogni finestra dei poveri / e saluterò chiunque incontrerò per via / inchinandomi fino a terra. / E poi suonerò con le mie mani / le campane sulla torre / a più riprese / finché non sarò esausto. / E a chiunque venga / – anche al ricco – dirò: / siedi pure alla mia mensa / (anche il ricco è un povero uomo). / E dirò a tutti: / avete visto il Signore? / Ma lo dirò in silenzio / e solo con un sorriso.


Sabato Santo – 11/04/2020

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Il Sabato santo è il giorno del riposo di Cristo nel sepolcro, del silenzio di Dio ma anche il giorno delle nostre domande che sanno di delusione: «Ma è possibile che tutto finisca così? Che i sogni, le attese, le speranze restino dietro la pietra della tomba?». Siamo come gli apostoli che hanno già sentito parlare della risurrezione e tuttavia «per timore dei Giudei» (Giovanni 20,19) sono ancora chiusi in casa, nel Cenacolo. Del futuro proviamo più smarrimento e paura che desiderio. Ci dimentichiamo che le domande e i dubbi aiutano a riflettere, a purificare, a ricercare, ad ascoltare e a sperare anche quando fanno soffrire.

Ci viene in aiuto la madre di Gesù perché il Sabato Santo è anche il sabato di Maria, la «mater dolorosa», che vive l’attesa con forza d’animo e sostiene la nostra speranza mentre la invochiamo: «prega per noi» Vincent Van Gogh, in uno dei momenti più drammatici della vita – il ricovero della casa di cura di Saint Remy-en-Provence – realizza nel 1889 la «Pietà», dipinto a olio su tela (cm. 41,5×34), ora ai Musei Vaticani. È l’unica volta in cui egli dipinge l’immagine di Cristo, lui che, poco prima, aveva scritto al fratello Theo (lettera 556), di avere «una natura doppia, di monaco e di pittore».

Come chiarisce l’annotazione autografa nell’angolo destro, Vincent trasforma e reinterpreta in modo del tutto originale l’incisione omonima realizzata, qualche decina d’anni prima, da Eugène Delacroix, un pittore da lui amato: «Quello che cercavo è il quasi sorridendo di Delacroix, che aveva il sole in testa e la tempesta nel cuore, e che si diceva fosse morto quasi sorridendo». In questa e nella copia più grande conservata al Van Gogh Museum di Amsterdam, la Madonna è raffigurata nella sua veste di «Madre addolorata» che con le mani di contadina protese in avanti, ci accoglie e ci sollecita a guardare il suo Figlio, morto per amore. Il pittore commenta alla sorella Willemien: «E poiché il viso del morto è nell’ombra, la testa pallida della donna si staglia chiara contro una nuvola – contrapposizione che fa sì che le due teste paiano un fiore scuro e un fiore chiaro, disposti appositamente per risaltare» (lettera 804).

Fermiamoci a contemplare. Maria ci guarda nel suo immenso amore e resta in silenzio e attende che si realizzi la promessa del Figlio: «Dopo tre giorni risorgerò» (Matteo 27,63).

Ci è di aiuto l’indimenticabile cardinale Martini quando nella Lettera pastorale alla diocesi di Milano (2000-2001) tra l’altro scriveva: «Tu conosci, o Maria, probabilmente per esperienza personale, come il buio del Sabato santo possa talora penetrare fino in fondo all’anima pur nella completa dedizione della volontà al disegno di Dio. Tu ci ottieni sempre, o Maria, questa consolazione che sostiene lo spirito senza che ne abbiamo coscienza, e ci darai, a suo tempo, di vedere i frutti del nostro “tener duro”, intercedendo per la nostra fecondità spirituale. Non ci si pente mai di aver continuato a voler bene!».


Venerdì Santo – 10/04/2020

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Ben ricordo l’emozionante curiosità che provai davanti alla tavola alta e stretta (cm 80 x 48,9) di Giovanni Bellini nella mostra «Antonello da Messina. L’opera completa» tenutasi a Roma nel 2016. Condivido quanto scrisse G. C. F. Villa nella scheda del catalogo, definendo il capolavoro una «Meditazione sul sacrificio di Cristo e non una crocifissione narrativa in senso lato» (p. 310). Il «Crocifisso con cimitero ebraico» è infatti particolare sia per la collocazione dell’evento sia per la forte carica simbolica sia per il paesaggio esterno a una città reale e ideale nello stesso tempo.

Nella mirabile architettura della composizione, ogni realtà creata è dentro l’abbraccio del Crocifisso, è «irrorata» dal Suo sangue, obbligandoci a guardare attraverso di Lui ogni esistente, vicino e lontano, piccolo e grande, fatto dalla natura e dall’uomo, terra e cielo. Al committente inginocchiato in preghiera a contemplare l’immagine, Bellini fa vedere gli effetti della Crocifissione sul mondo, evidenziando il passaggio dall’Antico mondo al Nuovo, come un’autentica «nuova Creazione»: l’umanità, il mondo, la storia ritrovano centro e vita in Gesù Crocifisso e sono ricostruiti a immagine di Dio, secondo il progetto iniziale. E l’artista dà concretezza a questa sorprendente notizia destinata a tutti, attraverso molti simboli, studiati con precisione.

Colui che è inchiodato sulla croce, ben piantata per terra, con il suo sangue porta vita perfino in un cimitero. Proprio lì, tra i teschi, le ossa, le lapidi, la terra secca, Bellini pone con estrema cura una lucertola che vive del sole, una colomba simbolo di pace, un alloro allegoria di vittoria, un erbario di oltre trenta specie, indicanti l’oblazione del Cristo. È l’affermazione che la vita donata per amore è sempre capace di ridare esistenza pure a quanto è morto e perduto. E non solo, ma il confronto tra questo che è dipinto nella parte bassa della tavola e il resto, paesaggio e città, conferma: misura di tutto è il Crocifisso. Da Lui proviene l’energia creativa sia alle donne e agli uomini di campagna, dove accanto alle case si vedono i campi, il mulino e le macine, gli animali, un corso d’acqua, un sentiero sia alle persone abitanti la città che con suoi edifici civili e religiosi, raffigura la Gerusalemme Celeste. Tra le tante allusioni simboliche, compare anche il cielo azzurro in cui, oltre le nuvole di temporale, s’intravede il lontano chiarore, segnalale della Risurrezione.

Nel giorno in cui facciamo annualmente memoria della sua morte, Cristo si propone come una lezione di umanità per credenti e non, segno di un Dio che non interviene dall’esterno ma, per amore, salva immergendosi nel nostro dolore e condividendolo con noi.

Ce lo ha ricordato nell’emozionante serata di venerdì 27 marzo, Papa Francesco, da solo in piazza S. Pietro, quando, facendosi interprete dei dolori del mondo, implora: «Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Non lasciarci in balia della tempesta».

Lasciamoci guardare dal Crocifisso e uniamoci all’invocazione di Francesco.


Giovedì Santo – 09/04/2020

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L’Ultima Cena è una delle scene bibliche più conosciute e rappresentate nella storia dell’arte.

Oltre all’Istituzione dell’Eucaristia e, dopo il Concilio di Trento, la Comunione degli Apostoli, l’altro tema iconografico, splendidamente illustrato da Leonardo nell’affresco del Cenacolo a Milano, è il momento in cui Gesù, prima di istituire l’Eucaristia, afferma, come narrano i quattro evangelisti: «Uno di voi mi tradirà».

Dove si fermano i Vangeli, continuano come sempre gli artisti che hanno immaginato quanto mancava nel Cenacolo e che hanno aggiunto riferimenti al tempo della composizione.

Nella grande tela realizzata per la parrocchiale di Romano di Lombardia nel 1569, Giovanni Battista Moroni, come Leonardo, sceglie la situazione più drammatica dell’Ultima Cena e studia la reazione degli apostoli al Cristo che pronuncia la frase del tradimento: «Dette queste cose, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: “In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà”» (Giovanni 13,21). Nel volto composto e solenne del Cristo, l’artista esprime la consapevolezza di chi, nel momento più tragico della vita, si sente solo ma nel contempo accetta con nobile serenità una missione che tra poco si completerà. L’artista di Albino raffigura la continuazione del testo evangelico – «I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse» (v. 22) – presentando ogni apostolo, preso da pensieri e ricordi, che si interroga o cerca risposte indagando il volto dei vicini, in una atmosfera gravida di attesa. Le realistiche facce dei dodici esprimono sgomento e meraviglia, scandalo e angoscia mentre Gesù sta al centro, con le braccia allargate e le mani aperte, pronto ad accogliere l’eventuale pentito. Nessuno tocca cibo e il coppiere, in piedi, dietro a tutti, con una trasparente brocca di vino tra le mani, resta immobile.

Da subito, cominciando dall’arcivescovo Carlo Borromeo che in occasione della Visita Apostolica (1575) lodò la pala come: «icona multum honorifica», fino ad oggi, l’opera del Moroni continua ad essere elogiata, visitata e richiesta per esposizioni. In ordine di tempo (25.10.2014 – 25.1.2015), ha ottenuto un grande e unanime successo la sua partecipazione alla mostra «Giovanni Battista Moroni. The sackler Wing» curata da Simone Facchinetti, il migliore studioso dell’artista bergamasco, e da Arturo Galansino, presso la Royal Academy of Arts di Londra. Dopo l’ultimo restauro (2016), sostenuto dalla Fondazione Credito Bergamasco, «la bellissima Ultima Cena di Romano» (V. Sgarbi), un «capolavoro assoluto» (P. Daverio), continua a proporci il Cristo che ci interpella.

Resta attuale e folgorante la conclusione dell’omelia che don Mazzolari tenne alla sua gente proprio il Giovedì Santo del 1958. «La Pasqua è questa parola detta ad un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il Sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici».


Domenica delle Palme – 05/04/2020

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La domenica precedente la Pasqua, detta «della Passione del Signore» e, dal VII secolo, anche «delle Palme», nella liturgia è scandita da: benedizione delle palme o degli ulivi, processione, commemorazione della Passione di Cristo nella Messa.

Ciò che maggiormente caratterizza questa domenica è la celebrazione dell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, in sella ad un asino, osannato dalla folla che lo saluta agitando rami (Matteo 21,1-11). «La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via» (v. 8). Si inizia così la Settimana Santa, il periodo che, dalla Domenica delle Palme al Sabato Santo, precede la Pasqua, la festa nella Resurrezione dai morti di Gesù Cristo. Sono giorni in cui si fa memoria dell’Ultima Cena di Gesù con gli Apostoli, del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro, di Gesù che, a conclusione della via crucis, agonizza e muore in croce.

L’opera di Renato Guttuso qui presentata risale al 1985 e fu inserita nell’Evangelario delle Chiese d’Italia, composto grazie alla collaborazione di teologi, intellettuali e diciotto artisti italiani, ciascuno dei quali realizzò un’opera in riferimento a un brano del vangelo. L’Evangeliario creato in modo che la Parola sacra diventasse non solo udibile, ma anche visibile e non un solo apparato illustrativo, fu presentato a Paolo VI nel marzo 1987, due mesi dopo la morte di Guttuso.

L’artista scelse di illustrare con un’incisione all’acquaforte l’«Ingresso in Gerusalemme», evidenziando più la festa movimentata che la processione verso la città santa. L’opera, dipinta con colori accesi e simbolici, pare essere costruita intorno allo sguardo che il Nazareno, in abito bianco, scambia con la donna in nero, posta vicino alla testa dell’asino: il Cristo è luce per ogni persona, specialmente per chi soffre.

In primo piano, sulla sinistra, una donna, ha deposto a terra le palme e implora innalzando le mani al cielo quasi disegnando quelle della passione sulla croce. Guttuso fa qui un’evidente citazione di Raffaello raffigurando ciò che nel 1965 aveva dichiarato: «Guardando la donna di schiena in ginocchio nell’Incendio di Borgo non posso non pensare alla Maddalena nella Crocifissione di Masaccio a Napoli».

Il Cristo, al centro della composizione, è attorniato da figure colorate con i rami di palma levati in alto e da numerose mani stese anche da fuori scena. Tra queste, osannanti e supplicanti aiuto al «Benedetto colui che viene nel nome del Signore» (v. 9), a destra, sopra la donna in nero, si protendono due mani, quelle dello stesso artista, come egli confermò. Uniamo pure le nostre, supplicanti serenità in questi giorni di fatica.

La Pasqua è vicina. Accogliamo l’invito di S. Proclo, morto nel 446 da vescovo di Costantinopoli: «Prepariamo la dimora della nostra anima. Togliamo le ragnatele, cioè ogni rancore contro i fratelli. Non si trovi in noi la polvere delle critiche, ma laviamo abbondantemente tutto con l’acqua dell’amore. Livelliamo le gobbe dell’inimicizia, inghirlandiamo i portici delle nostre labbra con i fiori della bontà».


Quinta domenica di Quaresima – 29/03/2020

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Nel 1303 il padovano Enrico Scrovegni, affida a Giotto la decorazione ad affresco della cappella che porta il suo nome. Dopo soli due anni i lavori sono terminati e subito meravigliano per la forza e per la novità. Ne dà conferma alla fine del XIV secolo il pittore senese Cennino Cennini nel primo capitolo del suo Il libro dell’Arte: «Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno». L’artista fiorentino seppe infatti introdurre nella pittura il senso della natura e il valore della storia, assenti nell’arte bizantina.

Nella parete sinistra, guardando all’altare, si trova la formella della «Risurrezione di Lazzaro», compresa nelle «Storie di Gesù» del registro centrale superiore. L’affresco (200×185 cm) fa riferimento al racconto del Vangelo di Giovanni (cap. 11) in cui si narra della cosiddetta «risurrezione» di Lazzaro, il miracolo/segno di Gesù che riportò in vita l’amico di Betania. Leggiamo con attenzione il brano evangelico e guardiamo l’immagine affidandoci agli occhi e al cuore, oltre che alla mente e alla ragione.

Le due sorelle, Marta e Maria, mandano a dire all’amico Gesù di venire a Betania per curare il fratello Lazzaro gravemente ammalato. Quando Cristo arriva, l’amico è già sepolto da quattro giorni e alle sorelle che lo implorano di riportare in vita Lazzaro, chiede di fidarsi di Lui, di essere accompagnato al sepolcro e lì, profondamente commosso, chiede che sia tolta la pietra. Giotto raffigura la parte finale del racconto giovanneo: Gesù, dopo aver pregato Dio Padre, ordina: «Lazzaro, vieni fuori!».

Leggiamo la scena da sinistra, partendo da Gesù che, concentrato, accompagna il comando all’amico con il gesto della mano isolata nello spazio fra i discepoli e le altre persone che rivelano una sbalordita tensione. Marta e Maria, diverse nel modo di seguire il Maestro, sono insieme prostrate ai suoi piedi e implorano.

Nell’impianto iconografico delle miniature, l’artista inserisce, tra gli altri, un elemento nuovo. Al centro, il giovane in abiti verdi, colto in pieno movimento, sembra guardare con attenzione il cadavere di Lazzaro in attesa dell’imminente istante della sua rianimazione, prestando gli occhi ai visitatori e anche a noi, affinché pur desiderosi di vedere il «miracolo», giungiamo a cogliere il «segno» del soprannaturale. Pure la montagna, sulla destra, non è più brulla: ci sono alberi frondosi e un giglio, simboli della forza di Dio che farà ritornare la vita allo stesso Cristo. Lazzaro, avvolto nelle bende bianche con cui era stato deposto nel sepolcro, è stato appena richiamato alla vita e, sorretto da due discepoli (l’aureola lo conferma), mostra il volto segnato dalla morte. Un discepolo e chi sta dietro di lui, si coprono il naso per il fetore dell’iniziata decomposizione mentre due personaggi, in basso, spostano la lastra del sepolcro.

Com’è efficace nel romanzo di Moravia l’affermazione di Michele: «…ricordatevi questo: ciascuno di voi è Lazzaro… e io leggendo la storia di Lazzaro ho parlato di voi, di tutti voi…» (La ciociara, Milano 1957, p. 123).

P.S.

Altra lettura o rilettura, con al centro La Risurrezione di Lazzaro: F. Dostoevskij, Delitto e Castigo.


Solennità dell’Annunciazione del Signore – 26/03/2020

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Nell’Annunciazione a Maria – la festa dell’Incarnazione – si realizza il compimento delle promesse. Maria è chiamata a concepire, mediante la potenza dello Spirito, Colui nel quale, secondo S. Paolo, abiterà «corporalmente tutta la pienezza della divinità» (Colossesi 2,9). Leggiamo o rileggiamo la narrazione nel Vangelo secondo Luca (1,26-38).

Qualche anno fa potei visitare ad Arezzo lo straordinario ciclo le «Storie della Vera Croce» che Piero della Francesca realizzò ad affresco, dal 1452 al 1458, nella cappella maggiore della basilica di S. Francesco. Il soggetto delle storie rappresentate deriva dalla «Legenda Aurea» di Jacopo da Varazze, risalente al XIII secolo, che narra la storia miracolosa del legno della croce di Cristo. In simmetria al famoso Sogno di Costantino, l’artista ha dipinto, sulla parete di fondo del coro, a sinistra, L’Annunciazione, l’affresco (329×193 cm) che, secondo il grande critico d’arte Roberto Longhi, starebbe quasi a riassumere le vicende della passione di Cristo. Questa scena, non prevista dalla «Legenda Aurea» e inclusa da Piero, in quanto inizio della Storia della Salvezza, trova conferma nell’inno alla croce – «Pange lingua gloriosi prœlium certaminis» (Canta, o lingua, il combattimento della gloriosa lotta) – composto da S. Venanzio Fortunato (530-c.600) e ancora oggi utilizzato per la preghiera liturgica nella settimana di Passione e nella festa dell’Esaltazione della Croce. In una strofa centrale il poeta tratta ampiamente dell’Annunciazione: «Quando, dunque, venne la pienezza del sacro tempo, / fu inviato, dalla rocca del Padre, il Figlio creatore del mondo, / che, fattosi carne, fu partorito da un ventre verginale».

In un’architettura che ricorda il classicismo dell’Alberti, la stupenda immediatezza della pittura presenta l’episodio evangelico in una doppia spazialità, divisa dalla colonna centrale: l’arcangelo Gabriele arriva dall’aperto, fa un gesto di saluto, porge un ramoscello di palma, simbolo del vittorioso martirio di Cristo, alla Vergine raffigurata mentre accoglie l’annuncio nella rigorosa prospettiva di un portico che pare esaltare la sua figura regale. Maria è una giovane donna, assorta, ad occhi socchiusi che, accoglie con solenne gravità il messaggio dell’arcangelo. La Vergine con la mano destra fa un gesto di sorpresa e con la sinistra regge il libro delle Sacre Scritture nel quale tiene il segno con un dito così da poter ricominciare la lettura dopo l’imprevista visita. A sinistra in alto, sullo sfondo di un cielo chiaro, Dio Padre, dipinto a mezzo busto, sopra una nuvola, stendendo le mani, invia sotto forma di raggi dorati lo Spirito Santo per donare al mondo il «Dio con noi».

Piero della Francesca ci ha lasciato una rappresentazione del mistero del Verbo incarnato, incipit della salvezza di ogni persona, da due millenni reinterpretato da un numero illimitato di artisti che presentano Maria come una donna che liberamente ha accolto e donato la vita, per amore.

La contemplazione dell’affresco di Piero colpì anche la fantasia poetica di Pasolini, quando, nel 1955, davanti all’Annunciazione, descrivendo la luce crepuscolare del vespro, scrive: «È una luce / – ah, certo non meno soave / di quella, ma suprema – che si spande / da un sole racchiuso dove fu divino / l’Uomo, su quell’umile ora dell’Ave» (P.P. Pasolini, La ricchezza, in La religione del mio tempo, Milano 1961, pp. 8-9).


Quarta domenica di Quaresima – 22/03/2020

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Emmanouil Tzanes Bounialìs, prete ortodosso, nato a Creta nel 1610, è uno degli iconografi e dei pittori greci più famosi del suo tempo, che sin da giovane è andato a Venezia dove ha realizzato la maggior parte delle sue opere e dove è morto nel 1690.

Tra le numerose sue icone firmate, in buona parte conservate nella importante collezione di San Giorgio dei Greci a Venezia, una è stata da lui “scritta” a commento del capitolo 9 del Vangelo di Giovanni, proprio il brano proclamato nelle Messe di domenica, IV del cammino di quaresima.

Il racconto della «Guarigione di un cieco dalla nascita» si può così suddividere: descrizione del miracolo (vv. 1-12), a cui segue un interrogatorio con al centro l’uomo, che ha recuperato la vista (13-17); interrogazione dei suoi genitori (18-23); ancora domande dei farisei al cieco guarito (24-34); colloquio con il Maestro (35-38); annuncio di Gesù sui motivi della sua venuta (39-41): perché gli uomini abbiano la vista, ma anche per giudicare quelli che presumono di averla.

Tzanes che firma e data (1686) l’icona in basso e in alto la titola «La guarigione del cieco» (in greco e anablepsis tou tuflou), ci aiuta a comprendere le varie fasi narrate da Giovanni. In mezzo, mediante l’impiego del primo piano scenico, sta la scena centrale: il momento in cui il Signore spalma il fango sugli occhi chiusi del cieco dalla nascita, attorniato dai dodici discepoli sorpresi perché spiritualmente «ciechi». Infatti sono ancora fermi a chiedersi chi è il colpevole di quella malattia.

Sulla sinistra, davanti a una solenne costruzione con arco a tutto sesto, il cieco – secondo l’ordine di Gesù – si sta lavando con l’acqua della piscina di Siloe per poi, esultante e senza bastone, correre verso la gente. Lo ritroviamo difatto in prima fila, trattenuto per le braccia, che risponde alle domande dei farisei, davanti a una folla, nell’atrio di una maestosa costruzione, ad archi veneziani. Sulla destra, si vedono i genitori del cieco guarito che, usciti dalla città, sono accompagnati per essere pure loro interrogati.

I dialoghi narrati dall’evangelista trattano da una parte il graduale cammino di fede di colui che era cieco e, dall’altra, il progressivo indurimento nell’incredulità dei farisei di fronte al compito principale del Cristo, il Messia, che è venuto a portare la luce e guarire dalla cecità, stimolando una decisione di fiducia o di rifiuto.

Guardiamo con cura la riproduzione dell’icona e ascoltiamo il consiglio di Papa Francesco: «Io vi suggerisco, oggi: prendete il Vangelo di Giovanni e leggete questo brano del capitolo 9. Vi farà bene, perché così vedrete questa strada dalla cecità alla luce e l’altra strada cattiva verso una più profonda cecità. […] Non dobbiamo avere paura! Apriamoci alla luce del Signore, Lui ci aspetta sempre per farci vedere meglio, per darci più luce, per perdonarci» (Angelus del 30 marzo 2014).


Solennità di San Giuseppe – 19/03/2020

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Il santo papa Giovanni XXIII parlava spesso di san Giuseppe nei suoi discorsi e fu lui ad inserire il nome di «san Giuseppe» nella preghiera eucaristica del Canone Romano, alla fine del primo periodo del Concilio Ecumenico Vaticano II (13.11.1962).

Dopo essersi accorto che nella basilica vaticana non vi era un altare o un monumento dedicato al padre putativo di Gesù, il Papa prese una decisione. Nella sua lettera apostolica Le voci (19.3.1961), affidò allo sposo di Maria il buon esito del Concilio Vaticano II e annunciò la dedicazione di un altare nella basilica di san Pietro. Infatti il 19 marzo 1963 il santo papa bergamasco benedisse il mosaico «San Giuseppe, patrono della Chiesa universale», posto sull’altare del transetto meridionale di san Pietro e si complimentò con l’autore Achille Funi (1890 – 1972), per aver ritratto «finalmente un san Giuseppe dall’aspetto giovanile».

Il mosaico riproduce una pala a tempera dell’artista – dal 1945 docente di pittura e poi direttore dell’Accademia Carrara – e mostra, vicino ad una cattedra in stile bizantino, san Giuseppe in piedi, che con tenerezza tiene con la destra il figlio Gesù e con la sinistra un alto giglio fiorito, la conferma d’essere stato scelto da Dio a fare il padre putativo.

Nella parte opposta, in cielo, compare un angelo che mostra un cartiglio con la scritta Tu eris super domum meam (Tu veglierai sulla mia casa): la missione affidata da Dio a Giuseppe di proteggere la Chiesa universale, simboleggiata sia dal cupolone della basilica vaticana, posto al centro della scena, sul fondo, sia dal modellino della nave della chiesa offerta al Santo da un altro angelo genuflesso. Sulla sinistra, un giovane inginocchiato, presenta un ramo d’ulivo, simbolo di pace.

Mi piace proporre la domanda tratta da uno scritto del 1952 di don Giuseppe De Luca, un grande prete e intellettuale, in un rapporto così filiale con Giovanni XXIII fino al punto che il Papa corse al suo capezzale a salutarlo, pregando, nel momento del passaggio al Paradiso. Era il 19 marzo 1962, solennità di san Giuseppe.

«Quanti sono i cristiani, che il giorno di san Giuseppe raccomandano al Santo, non dico la Chiesa universale, ma quel tanto di Chiesa che è nel loro paese, col suo campanile e il suo cimitero, con il suo parroco e con i suoi poveri e i suoi malati, con i suoi vecchi e con i suoi ragazzi, con i suoi vivi e con i suoi morti?».

Cari papà: Auguri di cuore e buona festa! Prego il buon Dio attraverso san Giuseppe affinché come lui siate i custodi della crescita e del cammino dei vostri figli.


Terza domenica di Quaresima – 15/03/2020

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L’itinerario mistico della Quaresima verso la Pasqua continua con il personaggio della samaritana che il Signore Gesù incontra vicino al pozzo di Giacobbe, alla ricerca di acqua. In questa terza domenica quaresimale, è l’evangelista Giovanni (4, 4-42), a narrarci l’episodio.

La samaritana, dopo la Maddalena, è la donna del vangelo maggiormente presente nella storia dell’arte a partire da quella che dal IV secolo si trova nella catacomba di via Latina a Roma.

Nella cattedrale di Monreale, uno fra i più begli esempi di arte arabo-normanna, nello stile delle chiese cluniacensi, si trova un imponente ciclo musivo del XII secolo con una decorazione di oltre seimila e quattrocento metri quadrati ripartiti.

L’anonimo mosaicista, sul braccio destro del transetto, ci mostra il fatto descritto da Giovanni nella splendida icona di Gesù che presso il pozzo di Sicar incontra la donna samaritana. Secondo la tradizione bizantina, la composizione ha come perno il pozzo, nella forma tipica dell’era arabo-normanna; Cristo è seduto vicino al pozzo; sul lato opposto la Samaritana, in piedi.

La scritta in latino dice: Christus sedens iuxta / puteum loquitur cum Sa / maritana (Cristo, seduto ai margini del pozzo, parla con la donna samaritana).

Gesù è raffigurato come il Redentore, con la mano destra benedicente e con la sinistra che regge il rotolo, il chirografo del peccato, cioè il documento con il nostro debito da Lui estinto con la croce, nella consueta iconografia di un uomo con la barba e con l’aureola in cui è inscritta una croce rossa di cui si vedono solo tre braccia e che definisce il suo carattere divino.

La samaritana, raffigurata con abiti solenni e splendidi ornamenti mentre sta manovrando la corda per calare o forse ritirare il secchio dal pozzo, è immagine di ogni cristiano e della Chiesa.

Dietro il Maestro figurano gli Apostoli, cappeggiati da Pietro, di ritorno dalla città dove erano andati per comperare i pani che egli tiene tra le mani.

In tutte le cappelle delle Missionarie della carità, per la volontà della fondatrice S. Madre Teresa di Calcutta, compare la grande scritta «Ho sete», proprio la richiesta di Gesù alla samaritana che, il 10 settembre 1946, cambiò la vita di Madre Teresa e diede inizio alla nuova famiglia religiosa. La Santa che cominciava la sua missione ogni giorno, prima dell’alba, stando tre ore davanti all’Eucaristia, sorgente della sua carità, così motivò la scritta alle «sue» suore: «Solo la sete di Gesù, sentendola, ascoltandola, rispondendovi con tutto il cuore, terrà vivo il vostro amore. Più vi avvicinate a Gesù e meglio conoscerete la Sua sete”.

L’evangelista Giovanni ci aiuta a scoprire che il tuo, il mio, ogni incontro con Gesù apre sempre a orizzonti sorprendenti, introduce di continuo a una vita più bella e migliore.

P.S.

Consiglio l’ascolto attraverso youtube de Il forestiero, un brano cantato da Adriano Celentano che, negli anni 70, metteva in musica il lungo dialogo evangelico fra Gesù e la samaritana (testo di Luciano Beretta e Miki Del Prete; musica di Gino Santercole e Nando de Luca).


Seconda domenica di Quaresima – 08/03/2020

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Oggi il Vangelo proclamato nella II domenica di Quaresima (Matteo 17,1-9) narra la Trasfigurazione di Gesù. Tra le numerose immagini, ho meditato La trasfigurazione di Gesù di Raffaello Sanzio, che si trova nei Musei Vaticani. Condivido con voi alcune riflessioni, quasi a significare anche così la presenza viva del M.A.C.S.
Il Vasari definisce questa opera “la più celebrata, la più bella e la più divina” tra le opere realizzate dal Maestro d’Urbino.

Raffaello che nasce e muore di Venerdì Santo, fa in tempo a dipingere il volto del Trasfigurato prima di ammalarsi e morire improvvisamente il 6 aprile del 1520, a 37 anni.

Quel giorno, nella chiesa del Pantheon, tutta Roma piangeva anche perché, dice il Vasari, dietro il corpo di Raffaello posto sul catafalco, era stata collocata proprio la tavola della Trasfigurazione così che nel vedere “il corpo morto e quella viva” era impossibile trattenere le lacrime.

Raffaello è artista straordinario. Gesù non è solo illuminato da una luce divina ma egli stesso si trasforma in luce e illumina l’umanità. Per questo le due scene sono contrapposte. La parte superiore è luminosa e celebra la vittoria della speranza mentre quella in basso riporta tutti alla realtà quotidiana. Sotto la Trasfigurazione, continua il racconto del Vangelo che parla del ragazzo ammalato, qui presentato agli apostoli non saliti sul monte. La mamma, il papà e gli altri che gli sono accanto, vogliono aiutarlo, consapevoli che la sua guarigione è anche la loro. Ma solo Cristo, trasfigurato sul Tabor, può salvare.

SOTTO ci siamo anche tutti noi! Ci sono le nostre paure, i contrastanti sentimenti (gli uomini e le donne che si agitano), c’è lo splendore del mondo (il tramonto romano dietro il monte Tabor), c’è il conforto della bellezza che accende il cuore e ci aiuta a sentirci, nonostante tutto, felici di esistere. Raffaello ci fa capire che la luce che abita Gesù, non è per lui solo ma è luce per ogni donna e ogni uomo. Guardiamo a Lui, ascoltiamolo e ci aiuterà a giungere alla vita piena, alla nostra trasfigurazione.

Un OMAGGIO a tutte le donne.

La splendida figura femminile di spalle, inginocchiata, in basso, sarebbe il simbolo della fede operosa (o amore). Ella non solo ci chiede di affidarci a Gesù e alla sua bellezza, ma ci addita il compito quotidiano di cercare la luce e la bellezza di Dio in ogni donna e in ogni uomo.

GRAZIE a voi, donne.