S. Natale – Pontificale in Cattedrale

25-12-2013
Cari fratelli e sorelle abbiamo ascoltato annunciare che Dio “molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente in questi giorni ha parlato a noi per mezzo del Figlio”. Abbiamo ascoltato il canto del Vangelo nel suo momento culminante: le due voci che si sono unite cantando “e il verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi”.
 
Meditando queste parole che veramente ci pongono di fronte a questo intreccio misterioso tra la luce di Dio, la sua parola e la nostra carne umana, mi è ritornato quel passaggio di uno dei documenti più importanti del Concilio, che desidero leggervi: “Con l’incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo ad ogni uomo. Ha lavorato con mani d’uomo. Ha pensato con intelligenza d’uomo. Ha agito con volontà di uomo. Ha amato con cuore di uomo. Nascendo da Maria Vergine egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi, fuorché nel peccato”.
 
Cari fratelli e sorelle, senza la parola noi non solo siamo muti, ma è come se fossimo svuotati. Svuotati di ciò che di più prezioso fa la nostra umanità: non semplicemente la parola detta, ma una parola interiore che dà significato a tutta la nostra vita; la parola che dà significato ad ogni minuscolo gesto che compiamo in ogni giornata. Ci deve pur essere un significato che non risponda semplicemente alla necessità di sopravvivere. Per l’uomo la parola – non solo quella detta, ma quella interiore – è assolutamente necessaria, è quella che ci rende diversi da tutto ciò che esiste.
 
D’altra parte, senza la carne, senza questo spessore della nostra umanità noi saremo incredibili: tutto ciò che pensiamo, tutto ciò che diciamo, tutto ciò che desideriamo, tutto ciò che riteniamo essere la ragione della nostra vita rimarrebbe qualcosa di assolutamente non decisivo, insignificante.
 
La carne ha bisogno della parola, altrimenti resta una cosa. Ma la parola ha bisogno della carne, altrimenti non solo non si vede, ma non si può nemmeno credere, resta in-credibile: sono le famose “belle parole”.
 
Questa unità del mistero del Figlio di Dio, della parola di Dio che è suo Figlio, con la nostra umanità mi sembra che introduca a delle vie e a dei percorsi che qualche volta riteniamo impossibili.
 
Il primo di questi percorsi è la trasformazione della periferia in centro. Qui non si tratta soltanto delle periferie delle nostre città, ma di quelle periferie esistenziali di cui tante volte il Papa ha parlato. Alcune di queste periferie sono evidenti, visibili: i poveri, gli emarginati, i disoccupati, i precari, gli ammalati, i carcerati, i dimenticati, coloro che vivono l’emarginazione all’interno della loro stessa famiglia e l’elenco veramente si allunga di giorno in giorno. Queste sono periferie esistenziali visibili, ma esistono periferie esistenziali invisibili, di cui nessuno se ne accorge, ma è quella situazione in cui ti sembra di essere marginale, ai margini della vita, della considerazione degli altri, a volte proprio di chi ci è più vicino, altre volte siamo marginali a noi stessi quando pensiamo di non valere nulla, di non contare nulla. Qualcuno tra noi addirittura è arrivato a pensare di essere radicalmente fallito e fino a giungere qualche volta a compiere gesti che ci lasciano sempre così interdetti, sconvolti. Esistono le periferie esistenziali visibili, ma non meno drammatiche sono le periferie invisibili.
 
Il mistero del Natale di Gesù che nasce, trasforma le periferie in centro. Lì dove giunge l’amore di Dio, lì c’è il centro del mondo. Lì dove Gesù raggiunge la vita delle persone, lì la periferia si trasforma in un centro. Se io periferico accolgo Gesù nella mia vita, la mia vita non è più una periferia. Se io che credo in Cristo porto il suo Vangelo non solo con le parole, ma con la mia carne vicino alla carne e alla vita di chi si sente periferico, la vita si trasforma in un centro. Non solo il centro dell’attenzione, ma si sente il centro: ha ritrovato il centro in se stesso. Questo è quello che significa credere nell’incarnazione, credere in un Dio che diventa uomo.
 
Vi è un altro percorso che la venuta di Gesù apre: è quello che porta a riempire di prossimità ogni solitudine. Dobbiamo riconoscere che oggi la solitudine non è più un fatto dei vecchi, non è più un fatto degli adolescenti che non trovano ancora un loro posto nella vita, ma sembra essere in agguato per tutti: in agguato nelle relazioni più intime, in agguato nelle nostre famiglie, in agguato in quella che dovrebbe essere una convivenza edificata da tutti e invece nella quale a volte gli egocentrismi ci fanno sentire tutti radicalmente soli, sospettosi, qualche volta ostili nei confronti dell’altro.
 
Natale è la venuta di Dio, l’avvicinarsi di Dio. Mentre riflettevo su questo mi è ritornato in mente l’episodio dell’incontro del Cardinal Federigo con l’Innominato. Il Manzoni, grande, mette queste parole sulle labbra del Cardinale, che si rivolge all’Innominato che è lì davanti a lui tutto ancora chiuso nella sua drammatica e tragica solitudine, ma che si sta aprendo: “Che preziosa visita è questa e quanto vi devo essere grato di questa preziosa risoluzione, quantunque per me abbia un po’ del rimprovero”. “Rimprovero? – disse l’Innominato – Ma cosa dice?”. “Certo per me la sua visita è un po’ un rimprovero che io mi sia lasciato prevenire da voi, quando da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venire da voi io”. Bellissimo. Questo è il Natale: è un Dio che viene da noi.
 
Voi siete venuti questa mattina a questa Eucaristia, ma cari fratelli e sorelle siamo venuti per sentirci dire ancora una volta che il nostro Dio è venuto presso di noi, perché veramente nessuno – non solo noi che siamo qui – debba sentirsi radicalmente solo. Una prossimità.
 
Chi crede e chi accoglie il Cristo diventi veramente colui che con una specie di intraprendenza interiore – che poi diventa anche gesto, diventa vita concreta, diventa carne – si fa prossimo all’altro come Dio. Non aspettiamo soltanto, ma andiamo, facciamoci vicini. A volte all’interno della famiglia, facciamo ancora una volta quel passo che significa ricominciare, riprendere, dare una possibilità nuova. Come nella famiglia, così nella comunità e nella società. Non aspettiamo soltanto.
 
“In tutta la vita della Chiesa – ci dice Papa Francesco – si deve manifestare che l’iniziativa è di Dio: è lui che ha amato noi per primo”. Allora, se noi crediamo questo, anche noi amiamo per primi i nostri fratelli.
 
Infine, questa venuta di Gesù che unisce la divinità di Dio con la nostra umanità apre la strada che porta a illuminare di speranza ogni disperazione. Il Natale rappresenta la porta aperta da Dio: Dio apre le porte del cielo, Dio apre ogni porta. Il disperato è colui che soffoca: proprio per questo dispera, perché si sente soffocare. Pensate questo annuncio natalizio: il nostro Dio viene ad aprire, addirittura a sfondare ogni porta chiusa. Si dice: “se avessi una via d’uscita”. Ebbene, Dio è venuto per aprirci la via d’uscita dalle nostre disperazioni.
 
In Natale è la porta aperta di Dio: che veramente attraverso coloro che credono tutti gli uomini – i giovani, gli anziani, i malati, coloro che veramente fanno fatica a credere – possano percepire questa porta aperta da Dio nella nascita, nel suo venire Dio uomo in mezzo a noi.
 
“E il verbo si fece carne”. Viene Natale: parola di carne per dissolvere le chiacchiere vane, i discorsi seducenti e ogni disumana ideologia.
 
Cari fratelli, accogliamo. Accogliamo nella nostra carne, cioè nella nostra vita e nella nostra anima il dono di Dio che è diventato uno di noi.  
(trascrizione da registrazione)