ECCELLENZA REV.MA MONS. FRANCESCO BESCHI
Giovedì Santo – Messa nella Cena del Signore

Chiesa dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII a porte chiuse
09-04-2020

Care sorelle e fratelli,
desidero innanzitutto ringraziare l’Ospedale Papa Giovanni che ci sta accogliendo e la Comunità dei Frati che assistono i malati. Con loro saluto tutti i sacerdoti che in questi giorni e in queste settimane nei modi più diversi hanno fatto sentire la vicinanza del Signore soprattutto là dove c’era sofferenza.

La liturgia che celebriamo è estremamente essenziale rispetto a quella che in questo giorno particolare eravamo soliti celebrare nelle parrocchie e in cattedrale: un’Eucaristia gioiosa in cui il gesto della lavanda dei piedi annunciato nel Vangelo veniva ripetuto con significati simbolici che di volta in volta volevano rendere attuale ciò che Gesù ha compiuto.

I riti sono diventati essenziali e lo saranno in tutto questo Triduo Pasquale. Domina la Parola. La parola di Dio, in modo abbondante.

Una parola che insiste nell’invitarci a ricordare. Stasera abbiamo sentito più volte ripetere: fate questo in memoria di me, fate questo come memoriale della liberazione dalla schiavitù, come io ha fatto così fate anche voi, dice il Signore.

La parola nutre la memoria e nello stesso tempo la custodisce. D’altra parte una parola senza memoria rischia di essere svuotata. La memoria riempie le parole: dà loro forza, le trasforma in pane.

Noi siamo chiamati in questi giorni in modo speciale a far memoria di ciò che nutre la speranza.

Nelle nostre case c’è il ricordo dei nostri cari, non solo dei defunti ma anche di quelli che forse non sono accanto a noi, ma in altre abitazioni vicine o lontane. C’è il ricordo dei nostri nonni, di coloro che ci hanno preceduto aprendoci e preparandoci la strada.

Nella memoria c’è anche la presenza di buchi neri o di luoghi di oscurità, di qualcosa che suscita sentimenti che non vorremmo provare.

Alla luce della parola del Signore noi vogliamo custodire e coltivare proprio in questi giorni, grazie anche ai racconti che possiamo fare in famiglia, la memoria di ciò che ci ha fatto bene, cioè la memoria a partire dalla quale noi possiamo guardare al futuro con speranza.

Noi sappiamo che ci sono malattie che impoveriscono e riducono la memoria, nella anzianità stessa si perde la memoria, molto spesso quella recente e rimane invece quello che è stato importante nella nostra vita.

In un grande romanzo, “Cent’anni di solitudine”, lo scrittore parla di una peste, di un contagio forse apparentemente meno pericoloso rispetto a quello che ha colpito noi, ma provoca come conseguenza non piaghe, non l’indebolimento dei polmoni, ma la perdita della memoria. Pian piano la comunità non ricorda più nemmeno il nome delle cose e delle persone. Alla fine succede che nessuno ricorda più chi è se stesso.

Gesù ci dice “fate questo in memoria di me” e manterrete una memoria che nutre la vostra speranza, che che vi fa guardare a voi stessi e agli altri non in termini disperati, non con giudizi mortificanti, ma con quella luce che la memoria di Cristo è capace di gettare sulla nostra vita e sulle nostre relazioni.

Ci manca il pane e la comunità. Quanti in queste settimane me lo hanno scritto. Bene la parola, bene la Parola di Dio, bene l’esercizio di una memoria che nutre la speranza, ma la sofferenza della mancanza del pane e della comunità non è da poco.

Care sorelle e fratelli, siete nella vostra casa, in questo momento in cui avrete finito di cenare. Se un poco, in una celebrazione così sobria che ci unisce a distanza attraverso la televisione, la memoria di Gesù riesce a toccare il vostro cuore, fate della vostra casa la Chiesa di oggi. Non c’è bisogno di gesti santi o sacri, anche se qualche segno non è male: il trovarsi a tavola, il perdonarsi a vicenda, il benedire i figli, il concludere la giornata con una preghiera, il volgere lo sguardo a un’immagine sacra che vi è cara. La vostra casa, la vostra tavola, il vostro pane è la vostra Chiesa. Battezzati, sposati nel Signore, siete voi stessi i sacerdoti di questa liturgia domestica che avviene ora dopo ora nelle vostre case in questi giorni.

Tutto questo lo viviamo condividendo anche con altri con cui, anche se non ci si può avvicinare, tuttavia è possibile scambiare dei doni anche fuori dalla nostra famiglia. Non si tratta di venir meno a quelle norme che stanno garantendo il contenimento della pandemia, ma di farci presenti gli uni gli altri.

L’Eucaristia nutre tutto questo, ma senza tutto questo le nostre Eucaristie rischierebbero di essere soltanto dei riti.

Alla fine, in questa liturgia del Giovedì Santo, che ci invita alla memoria che nutre la speranza, che ci invita a fare del nostro pane quotidiano il pane di Gesù, ci resta l’amore.

Eucaristia e amore non sono in alternativa. Nella liturgia del Giovedì Santo dove c’è il gesto più grande dell’amore, in Gesù che consegna se stesso e invita a noi a consegnare noi stessi, c’è anche il gesto dell’amore che diventa dono. Non solo servizio, ma dono autentico. È questo di cui abbiamo bisogno.

L’Ospedale è una grande organizzazione ed è una grande competenza assolutamente necessari. Ma poi tutti attendono uno sguardo, una parola, un sorriso, una carezza. Che cos’è tutto questo di fronte alla cura necessaria? È quello di cui alla fine noi abbiamo bisogno. A volte proprio alla fine. L’amore ci è necessario.

Che questa liturgia con la quale desidero raggiungervi tutti, sia capace in questo momento di ispirare, di rinnovare alla luce di Cristo, della fede, del suo esempio, l’amore che ci portiamo gli uni gli altri, non solo quell’amore che tutti hanno esercitato facendosi cura dei malati, ma quell’amore che diventa dono reciproco tra noi.

Allora ricorderemo questa liturgia del Giovedì Santo non solo per le condizioni in cui l’abbiamo vissuta, ma per i sentimenti di Cristo che ci ha ispirato.