Chiusura dell’Anno Santo

Cattedrale
28-12-2025

Care sorelle e cari fratelli,
abbiamo ascoltato nel Vangelo: «Sarà chiamato Nazareno». Questo titolo che dice l’appartenenza di Gesù alla piccola città di Nazaret, è il titolo che lo accompagna per tutta la vita, fino alla morte. Noi sappiamo che l’iscrizione che Pilato fa affiggere sulla croce evoca proprio questa attribuzione: «Gesù Nazareno, il re dei Giudei».

Nel linguaggio biblico vi sono delle evocazioni che rimandano ad alcune espressioni: Nazir, il consacrato di Dio, ma anche Netzer, il germoglio. Quel germoglio che appartiene alla promessa di Dio. Il tronco che sembra ormai appassito — Iesse, Davide, grandi personaggi biblici — per opera del Signore genera un germoglio. Gesù è il germoglio di Dio. E noi celebriamo questi giorni natalizi riconoscendo in Gesù il germoglio di Dio.

Ogni bimbo che nasce è un germoglio. Quanta cura chiede, quanta cura avete offerto ai vostri figli nati, quanta cura vorremmo che potessero godere tutti i germogli di vita umana sulla faccia della terra. Il germoglio è una sorpresa, una meraviglia. Quando in primavera vediamo spuntare i germogli, ci si aprono gli occhi, il cuore, lo stupore. E quindi non ci meraviglieremo del germoglio di Dio? È l’atteso, lo sperato e anche l’inaspettato, perché si rivela in modo assolutamente sorprendente. Gesù è il germoglio di Dio, è l’espressione della sua promessa, è la primizia di Dio. Come ogni primizia, come ogni germoglio, suscita meraviglia e gratitudine.

In questo noi possiamo riconoscere la forza generatrice del Natale: il Natale genera speranza. Ma non dimentichiamo mai che è la Pasqua di Gesù la sorgente inesauribile della speranza. Si conclude l’anno della speranza, ma non si spegne la speranza, la speranza irresistibile che sta nel cuore di ogni donna e di ogni uomo. In questo anno ci siamo fatti pellegrini alla sorgente della speranza che è Gesù, la sua risurrezione, la vita nuova che ne scaturisce. Ci siamo fatti pellegrini sulla via della speranza che è Gesù: Lui è la via. Egli ci invita a seguirlo con una conversione personale e comunitaria che appare sempre più necessaria.

Siamo pellegrini alla porta della speranza: Gesù è la porta e attraverso di Lui noi riceviamo il dono della misericordia. Attraverso di Lui diventiamo testimoni di misericordia in un mondo che sembra sempre più dimenticarla. La speranza è un dono di Dio, è una forza che genera, non uccide; che fa nascere e fa rinascere. Questa è la vera forza: quella che minaccia e uccide non è forza, è prepotenza, è paura aggressiva, è male che non genera niente.

La speranza non è solo un dono di Dio, è anche una scelta. Scelta dell’uomo che si nutre di fede. Noi alimentiamo la nostra speranza alla fede in Dio, in Gesù e anche negli uomini e nella loro intima dignità. Il mondo cambia se noi cambiamo, e noi cambiamo se scegliamo di sperare. Una delle conseguenze più diffuse di quella che viene chiamata l’accidia o la tristezza spirituale è non scegliere niente. Chi prova l’accidia è preso da una pigrizia interiore che è peggio della morte. La speranza è dono di Dio, scelta dell’uomo, resistenza alla delusione e alla disperazione.

Noi crediamo nella risurrezione di Gesù e crediamo che la nostra vita non sia destinata al nulla. Come scriveva Papa Francesco nell’aprire l’anno giubilare, “abbiamo l’impegno di portare speranza dove è stata perduta, dove la vita è ferita, nei fallimenti che frantumano il cuore, nella solitudine di chi si sente sconfitto, nelle stanze fredde dei poveri e nei luoghi profanati dalla guerra. Portare speranza lì, seminare speranza lì, non solo nell’anno della speranza”.

Care sorelle e cari fratelli, nell’anno della speranza abbiamo corrisposto a queste attese.

Indimenticabile il giubileo dei carcerati, l’ultimo di quest’anno; indimenticabile il giubileo dei giovani; indimenticabili i giubilei di tutte le parrocchie; indimenticabili le manifestazioni della speranza che hanno percorso la nostra diocesi. Però, nello stesso tempo dobbiamo dire: siamo stati capaci di testimoniare la speranza evangelica fino in fondo?

Continuiamo, continuiamo. Si conclude l’anno giubilare, ma continuiamo ad alimentare la speranza con la fede e a testimoniare la speranza proprio a chi più fatica a sperare. Lo facciamo con la nostra perseveranza, con la pazienza, con l’operosità, con quell’artigianato di pace che continuamente ci viene proposto, con la scelta di generare vita, con la tessitura di alleanze sociali, educative, solidali, con la costituzione di reti familiari perché le famiglie non rimangano sole, con il sostegno ad ogni forma di volontariato che alimenta la speranza in chi riceve l’opera del volontario, ma anche di chi compie l’opera del volontario.

Alimentiamo la speranza con la preghiera, con la vicinanza e l’aiuto a chi è nella sofferenza.

Si conclude l’anno giubilare; vogliamo raccogliere questa parola dell’Apostolo: «Non siate pigri nello zelo; invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera, solleciti per le necessità dei fratelli e finalmente premurosi nell’ospitalità».

(trascrizione da registrazione)