Rosario alla Madonna Addolorata

Santuario della Madonna dello Zuccarello - Nembro
01-04-2020

Care sorelle e fratelli,
ancora una volta preghiamo insieme con la preghiera del Santo Rosario. Vogliamo perseverare nella preghiera e vogliamo perseverare insieme.

Oggi ricorderemo i misteri gloriosi: sono gli eventi della vita di Gesù che alimentano la nostra speranza. Pregheremo con le tante intenzioni che ci stanno accompagnando in questi giorni. Invochiamo luce e fede. Invochiamo dal Signore la salute del corpo – in questo momento così necessaria – ma non meno quella dello spirito.

Siamo venuti nel Santuario della Madonna Addolorata dello Zuccarello in Nembro. Un Santuario antico e caro a molti: all’interno contempliamo un bellissimo affresco che rappresenta Maria con Gesù deposto dalla croce. A differenza di altre rappresentazioni, il Cristo è quasi seduto sulle ginocchia di Maria e vorremmo immaginare che sia già pronto a rialzarsi, così come desideriamo per tutti noi e per tutti gli ammalati.

Nell’affresco vi è poi rappresentata un’altra figura bellissima: è Maria Maddalena che abbraccia le gambe di Gesù. Anche noi vogliamo abbracciare Gesù risorto – come racconta il Vangelo di Maria all’alba di Pasqua – perché ci faccia risorgere con Lui.

Care sorelle e fratelli, ho desiderato venire qui, in questo santuario che si affaccia sulla Valle Seriana: la Valle così intensamente colpita dal contagio del morbo. Ho desiderato pregare qui, a Nembro, che insieme ad Alzano è uno dei paesi che ha sofferto maggiormente la violenza del virus.

Da questo Santuario, dal quale si può contemplare la Valle quasi intera fino alla città di Bergamo, vorrei raggiungere tutti: gli abitanti della Valle, della Diocesi, della Provincia; tutti coloro che attraverso il mezzo televisivo si uniscono a questa preghiera.

Portiamo nel cuore le persone ammalate che stanno nelle nostre case, negli ospedali, particolarmente in quelli di Piario, Alzano, Seriate; gli anziani nelle case di riposo e tutti coloro che li assistono e curano.

Raccogliamo nella preghiera semplice del Rosario la ricchezza delle nostre intenzioni.

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Care sorelle e fratelli,

La preghiera che abbiamo condiviso è la cosa più importante. Ora mi permetto di aggiungere qualche mia parola, in forma di colloquio, un colloquio che, in queste settimane così particolari, ho intessuto con voi. Si tratta di un colloquio, perché – senza alcuna presunzione – mi sembra di sentire le vostre voci, di ascoltare le vostre parole, anche quelle che rimangono chiuse nel cuore. In questo tempo così sofferto la Grazia del Signore non manca ed è proprio per Grazia sua che ascolto le vostre voci e i vostri cuori. Con le mie parole non pretendo di dare risposte, ma desidero unirmi a ciò che attraversa i vostri pensieri e i vostri sentimenti, a soprattutto a partire dalle esperienze di preghiera che stiamo condividendo.

Oggi, alla luce della supplica che tra qualche momento innalzerò alla Vergine Addolorata, venerata in questo Santuario dello Zuccarello, vorrei consegnarvi cinque verbi che mi sembra rappresentino alcune delle esperienze che stiamo vivendo in queste settimane.

 

Il primo verbo è consolare. Abbiamo un enorme bisogno di consolazione vera, non di quelle che vengono chiamate “le magre consolazioni” e nemmeno di parole di consolazione che lasciano il tempo che trovano. Avvertiamo il bisogno di una consolazione vera, quella che ci fa dire “sì, finalmente posso riposare un po’, da queste parole e da questi gesti mi sento compreso, accolto, capito fino in fondo”.

È la consolazione che strappa dalla solitudine.

In questi giorni molti tra noi stanno provando la “desolazione”. Solo la consolazione è più forte della desolazione. La consolazione è: io ci sono per te, io ci sono con te; forse non trovo le parole giuste, forse i miei gesti si rivelano insufficienti, ma comunque sappi che io non sono un passeggero in transito. Io ci sono. Care sorelle e fratelli, offriamoci questa consolazione!

 

Il secondo verbo è sollevare. Abbiamo bisogno del sollievo. Ci sentiamo appesantiti: appesantiti da questi giorni che sembrano non finire mai; appesantiti dalle notizie che, se in qualche momento aprono varchi di speranza, sembrano poi tornare ad alimentare oscurità; appesantiti da quella pesantezza che schiaccia il petto e affanna il respiro; appesantiti dalla stanchezza di dover sopportare una situazione mai sperimentata, e forse appesantiti dalla fatica di essere costretti per tanto tempo tra le mura di casa.

Il sollievo è sollevare ciò che è pesante: porto con te il tuo peso, perché ti sia meno pesante. Con gratitudine e a volte con sorpresa, noi sperimentiamo il sollievo quando chi ci è amico porta il nostro peso e non ce lo fa pesare.

 

Il terzo verbo è rafforzare. Abbiamo bisogno di fortezza, abbiamo bisogno di invocare da Dio il dono della fortezza, come ha detto don Antonio, che ringrazio per l’accoglienza che ci ha riservato, insieme a tutti i sacerdoti di Nembro.

 

Siamo sfiniti per diverse ragioni e abbiamo bisogno di ritrovare la forza. Ma per rigenerarla è necessario il pane: quello che sta sulla tavola, e quello che nutre la forza dello spirito. Cari fratelli e sorelle, la preghiera che si fonda sulla fede è questo pane. Noi abbiamo bisogno di chiarezza, di lucidità, di intelligenza, abbiamo bisogno di un cuore capace di comprendere, abbiamo bisogno, soprattutto, di un’energia spirituale per mantenere forte la nostra disponibilità, per mantenere forte la nostra speranza, per mantenere forte la nostra unità.

 

Il quarto verbo è salvare. Oggi il verbo salvare ha molto a che fare con la salute: “mi ha salvato la vita!”. Nel momento in cui una persona ha percorso – a volte in maniera estrema – la via della sofferenza e del dolore fisico provocato dalla malattia, sa bene cosa vuol dire essere stato salvato.

Ci salviamo gli uni gli altri: penso ai medici e gli infermieri che continuiamo a ringraziare. A tutti coloro che collaborano in diverso modo al bene comune e alle diverse esigenze. Penso anche alla salvezza che ci doniamo gli uni gli altri, nel momento in cui preveniamo il diffondersi del contagio: ci salviamo reciprocamente attraverso il rispetto delle disposizioni che siamo tenuti ad osservare. Ci salviamo con la cura: da quella delle grandi opere sanitarie, fino a quella che avviene nelle nostre case. Prenderci cura gli uni degli altri significa salvarci reciprocamente.

Salvare vuol dire consegnare alla vita qualcosa di più grande della salute stessa: un motivo, una ragione per vivere.

 

Un ultimo verbo è promettere. I verbi sono cinque, come le decine del Rosario.

In questi giorni mi vengono richieste con grande frequenza e intensità, preghiere, novene a tutti i Santi, alla Vergine Maria, invocata con tanti e meravigliosi titoli; visite a santuari, così numerosi nella nostra terra.

Diversi poi mi chiedono: perché il Vescovo non fa un voto? perché come Diocesi non facciamo una promessa?

Ci sto pensando e pian piano questa convinzione cresce dentro di me. Vorrei allora cominciare da qualcosa di molto concreto e interpellante.

A fronte di queste richiesta ho detto a me stesso: io personalmente che promessa faccio al Signore? che proposito faccio? che cosa metto di mio perché tutti possiamo ritrovare la gioia della salute, della salvezza, della comunità e della vita?

Molte delle nostre parrocchie nei corso dei secoli hanno fatto un voto, come questa di Nembro alla Madonna in questo Santuario. Cominciamo allora a rinnovare i voti, a volte dimenticati o disattesi, con cui le nostre comunità, i nostri avi, i nostri nonni, i nostri genitori si sono impegnati. Cominciamo così, rinnovando i voti delle nostre Comunità.

Ma soprattutto ognuno chieda a se stesso: io cosa prometto al Signore? che impegno mi assumo per il futuro della mia famiglia, della mia comunità, di questa terra, del nostro Paese, del mondo? Che cosa prometto a me stesso?

Creiamo così un tessuto di promesse personali, di voti che trovano nella sincerità del cuore lo scrigno che li custodisce. Questo è già aprire le porte del futuro.

Si dice: una volta, in tempo di calamità, epidemie e guerre, si prometteva al Signore, alla Madonna, ai Santi di costruire un santuario in loro onore. Il mio desiderio è di costruire “un santuario di preghiera”. Non un santuario “per” la preghiera, ma “di” preghiera. Sarà un santuario invisibile, ma non meno reale di quelli di pietra.

Ma non possiamo costruire un santuario di preghiera senza costruire anche un santuario della carità.

Quante opere di carità stiamo realizzando, non solo da oggi! Quando sarà possibile tornare nelle nostre strade, nelle nostre piazze, nelle nostre chiese, noi vogliamo costruire un santuario della carità: le nostre opere di oggi e quelle che diventeranno necessarie domani, edifichino un santuario di carità.

Non si tratta di immaginare strutture materiali, ma di disegnare con le opere della carità un santuario del cuore.

Perché questo sia possibile e reale, le preghiere che stiamo innalzando in questo tempo di prova, di dolore, e di trepidazione non potranno dileguarsi quando finalmente diremo “la pandemia è finita!”. No! Non vogliamo e non potremo sottrarci alla preghiera!

Sapete che ho annunciato la visita pastorale: può darsi che debba subire qualche spostamento o aggiustamento. Riconfermo il mio desiderio e la mia volontà di compiere questo pellegrinaggio pastorale nelle parrocchie: sicuramente assume un significato ancora più grande, dopo questa prova dolorosa. Prometto a me stesso che questa visita, molto semplice, fatta di momenti essenziali, non sarà priva, in ogni parrocchia, della preghiera del Rosario. Sono disposto a pregarlo da solo, spero di condividerlo con i sacerdoti: ma, se quando giungerò nelle vostre parrocchie anche voi vi unirete alla preghiera del Rosario, saprete che state costruendo, entrando e abitando il “santuario di preghiera”, che la nostra Comunità ha deciso di innalzare non con i mattoni, ma con una fede rinnovata.