Di seguito il discorso del Vescovo Francesco alla cerimonia per il conferimento della cittadinanza onoraria di Bergamo svolta il 19 ottobre a Palazzo Frizzoni alla presenza della sindaca Elena Carnevali e delle autorità cittadine.
“Molto spesso, quando ho preso parola in chiesa, in Cattedrale, nelle tante parrocchie della nostra Diocesi, pur avendo davanti alcuni appunti, mi sono espresso senza leggere un testo. Stasera lo leggerò, e spero proprio che la lettura non faccia velo ai miei sentimenti. Devo dire che per me non solo è un momento molto coinvolgente, ma è anche un momento solenne.
In questo senso rivolgo a tutti voi il mio saluto. Signora Presidente del Consiglio Comunale della città di Bergamo, Signora Sindaca di Bergamo, Signore e Signori componenti la Giunta e il Consiglio del Comune di Bergamo, Signore Autorità civili e militari, Rappresentati delle Istituzioni e del mondo associativo della nostra Città, care amiche e cari amici, desidero rivolgervi il mio fraterno saluto e consegnarvi i sentimenti di profonda riconoscenza per l’onore che l’intero Consiglio della Città mi ha conferito con il titolo di “cittadino onorario” e per le motivazioni con le quali la Presidente del Consiglio comunale e la Sindaca della città, a nome di tutti voi, l’hanno motivato.
È un riconoscimento che mi dona grande gioia perché dal primo giorno del mio servizio, mi sono sentito cittadino di Bergamo e questo sentimento è cresciuto nel farmi partecipe della vita di tutta la Città e nell’accoglienza che la Città mi ha sempre riservato.
Nel giorno del mio ingresso, il 15 marzo 2009, mi rivolgevo all’indimenticato Sindaco Roberto Bruni, al Consiglio, alle autorità presenti e alla cittadinanza con queste parole:
“La vostra accoglienza è espressione di cortesia nei miei confronti e della Comunità che sono chiamato a guidare; di rapporti istituzionali rilevanti, di collaborazione per il bene comune, di riconoscimento dell’importanza della Chiesa e della sua opera in campo educativo, culturale, caritativo, morale, sociale… La mia persona non merita tutta questa attenzione e la Chiesa, per quanto imponente, non esaurisce l’intera società bergamasca. La vostra accoglienza sottolinea la consapevolezza che la fede e la religione cristiana sono un’istanza capace di contribuire alla costruzione di una città a misura d’uomo, di tutto l’uomo, di ogni uomo, di tutti gli uomini”, di ogni persona umana.
Da allora diverse Amministrazioni della Città si sono succedute: mi sento in dovere, dovere anche del cuore, ricordare coloro che le hanno guidate: il Sindaco Roberto Bruni, il Sindaco Franco Tentorio, il Sindaco Giorgio Gori. Il loro ricordo mi ispira sentimenti di profonda gratitudine.
Oggi ricevo questo “onore”. Vi chiedo la bontà e la pazienza di ascoltare pensieri e sentimenti che mi attraversano, dal momento in cui ho saputo di questa decisione.
Ho vissuto tra voi e con voi, abitando una porzione della Città assolutamente incantevole: un incanto che viene apprezzato da un numero di visitatori sempre crescente. Nello stesso tempo, non ho voluto fare della mia abitazione una ragione di separazione: sono nato in periferia e dalle periferie residenziali e umane ho sempre voluto partire per abbracciare l’intera Città.
La nostra Città mi si è presentata con un volto umano, che pur nel cambiamento profondo e veloce si impegna a conservare, con dedizione non indifferente da parte di Istituzioni e corpi sociali. Una città “fraterna”, dove la forza delle relazioni deve rappresentare la caratteristica che contrassegna ogni altra forma di crescita e di sviluppo, con particolare attenzione ai giovani. Non possiamo rassegnarci all’indifferenza e a divaricazioni sociali che deformano il volto della nostra comunità.
Permettete, tra i tanti ricordi, di evocare questi: la peregrinatio delle spoglie di Papa Giovanni e l’accoglienza che la città gli ha riservato, la condivisione della prova della pandemia, la presenza nelle diverse strutture sanitarie cittadine e particolarmente nell’eccellenza dell’Ospedale Papa Giovanni. Non dimentico quel giorno epico del trasferimento dai Riuniti alla nuova sede. Ricordo le periodiche e costanti visite al carcere, luogo emblematico di possibile rigenerazione e di drammatica sofferenza. Ho la gioia di essere entrato con migliaia di persone nella nostra Casa circondariale. Una processione del Corpus Domini indimenticabile, ricordo l’arrivo nella parrocchia di Celadina con gente che piangeva. E ricordo che sono entrato con 2.000 giovani. L’allora direttore aveva concesso il permesso per mille giovani. Momenti di presa di coscienza di che cosa significhi questa realtà nella vita civile di una città, è molto importante. Ricordo le visite ai numerosi presidi della solidarietà, condivisi con l’Amministrazione comunale e con le realtà associative presenti nel tessuto cittadino tracciandone lineamenti di irriducibile dignità e speranza, le numerose inaugurazioni di opere pubbliche ed ecclesiali al servizio dei più deboli e fragili, con aperture che superano i confini della Città stessa.
Ritengo che Caritas e Patronato, rappresentino una riconosciuta testimonianza di servizio evangelico a deboli e fragili, ma non sono i soli: il tessuto delle parrocchie cittadine e dei loro oratori, le comunità religiose e le loro opere, l’associazionismo di ispirazione cristiana, narrano quotidianamente con il loro impegno, una disposizione cordiale nei confronti della città nella sua interezza. Un’opera come l’Angelo Custode in continua crescita sulle frontiere più delicate della salute dei piccoli e delle disabilità gravi, il nuovo Museo diocesano nelle sue articolazioni, la storia più che centenaria de L’Eco di Bergamo, non sono soltanto servizi, ma segni di profonda condivisione con una città che cresce alla luce di una visione integrale dell’uomo.
Ho sempre avvertito e assunto questo connotato della nostra Città: una città dal volto umano, una città dalle dimensioni umane, una città che ogni mattina trabocca di presenze che la raggiungano da ogni dove, con i problemi ma anche le possibilità che questo comporta.
Ho ricevuto il dono di sentimenti e di pratiche di appartenenza, di determinazione, di coraggio, di solidarietà, di pazienza, di accoglienza, che disegnano il volto della città e dei suoi cittadini. Gli anni hanno impresso questi tratti nella mia vita: in questo momento solenne chiedo a tutti voi, alla nostra città di custodirli e alimentarli, a fronte di un’atmosfera pervasiva che sembra sottoporli a prove faticose e addirittura ad uno svuotamento del loro valore.
Nella varietà e nelle differenze, in quella pluralità che è una delle caratteristiche della vita cittadina, vorrei chiedere a tutti di nutrire il sentimento e le ragioni dell’unità, un’unità pluriforme, capace di generare futuro per anziani, giovani, per gli svantaggiati e per donne e uomini che oggi sono responsabili della vita e delle attività di tutti.
Sosteniamo con l’opera educativa, con una solidarietà non delegata solo ad alcuni, con il sentimento della bellezza nel costruire condizioni di vita degne per ognuno a partire dai più poveri, i disprezzati, i piccoli, i fragili, i dimenticati… la storia, il presente e il futuro di questa città.
Nel mio viaggio lungo le vie e le comunità della nostra Diocesi e della nostra Città, ho indicato le caratteristiche della fraternità accogliente e premurosa verso il prossimo la prospettiva da coltivare. Non è una novità. Continuiamo a camminare, incarnandole nella vita cittadina di oggi “servendo la vita dove la vita accade”.
Pochi mesi fa, mi ha sorpreso la partecipazione di molti alla “manifestazione della speranza”, che ha attraversato vie del centro cittadino: erano rappresentate tutte le generazioni a testimoniare non solo un desiderio ma un impegno. Non basta il sentimento: sono necessarie le determinazioni e le scelte, per alimentare la speranza e di queste siamo capaci.
Vi è un’immagine che raccoglie questi sentimenti, queste speranze e le intese tra Amministrazione della città, Istituzioni, Mondi sociali, Comunità ecclesiali: è l’immagine incantevole di Santa Maria Maggiore, in Città Alta. Non si tratta solo di un monumento, assiduamente visitato, un raccoglitore di opere d’arte oggi ammirate dal mondo intero, di un prezioso luogo di preghiera, di una storia antica: si tratta di una testimonianza dalle connotazioni virtuose, del rapporto tra la Città, la Chiesa e i Mondi sociali nel segno di una solidarietà nello stesso tempo ideale e concreta.
Per diciassette anni sono stato cittadino di questa città. Tra poco la mia residenza sarà in un altro Comune. Mi viene fatto l’onore di essere ancora cittadino di Bergamo: vi ringrazio di cuore. Ho amato questa città, ho amato i suoi cittadini. Continuerò ad amarvi.”
+ Vescovo Francesco






